Hanno ucciso l'uomo ragno

La serie Hanno ucciso l’Uomo Ragno – la leggendaria storia degli 883 è un coming-of-age che racconta la storia di Max Pezzali e Mauro Repetto e la genesi di alcune delle canzoni più famose del duo che, contro ogni aspettativa, partendo da Pavia, ha cambiato la musica italiana sorprendendo tutti.

Qui le interviste al regista Sydney Sibilia e ai protagonisti.

Hanno ucciso l'uomo ragno

Hanno ucciso l’Uomo Ragno – la leggendaria storia degli 883, le note di sceneggiatura e scenografia

NOTE DI SCENEGGIATURA

LA LEGGENDA

Ci sono immagini, momenti, ricordi che fanno parte di noi, della nostra storia, della nostra identità. Per chi ha vissuto l’estate del 1993 questi momenti, questi ricordi, hanno un’unica clamorosa colonna sonora: gli 883. Ma anche per chi quelle estati non le ha vissute, gli 883 rimangono un punto fermo, una vera leggenda. E questo perché il potere incredibile di questo duo di ragazzi pavesi è stato quello di trascendere le generazioni e di travalicare il successo di quelle due estati, per conquistare ragazzi e ragazze che, in quegli anni, neanche erano nati. 

Ecco, una leggenda. Questo sono Max e Mauro. Ma prima di essere una leggenda, questi due ragazzi erano, semplicemente, due compagni di banco. 

Hanno Ucciso l’Uomo Ragno è la storia di quei due compagni di banco, la storia di un’amicizia e di come, questa amicizia, abbia fatto nascere alcuni dei pezzi pop più famosi della musica italiana. 

È UN COMING-OF-AGE

Questo è stato il primo approccio nella scrittura della serie: “dimenticarci” anche solo per un attimo che era degli 883 che stavamo scrivendo, e raccontare un coming-of-age, un teen drama di due improbabili eroi adolescenti affossati nella nebbia pavese. 

Max e Mauro sono due classici “sfigati”: un nerd e un entusiasta che, per qualche strano motivo, hanno trovato un’alchimia improbabile. Da una parte Max e la sua genialità condizionati da una feroce timidezza e, dall’altra, Mauro e la sua incontrollabile smania di arrivare, di farcela, ma a fare cosa non si sa. Questi due, da soli, non sarebbero arrivati da nessuna parte. Insieme, invece, hanno dato inizio alla leggenda degli 883.

Questa amicizia è alla base di tutta la narrazione orizzontale della stagione. Da una parte la carriera musicale, che i fan sfegatati degli 883 già conoscono, e dall’altra la costruzione dell’amicizia e la ricerca di una voce che fosse solo loro. In tutto questo, ovviamente, non poteva mancare una grande storia d’amore. 

È UNA STORIA D’AMORE

Come in tutti i teen drama c’erano alcuni elementi, alcuni archetipi da rispettare e, uno di questi, era una grandissima storia d’amore. La figura di Silvia è puramente finzionale – l’unico protagonista completamente inventato della serie – e mescola diverse suggestioni femminili trovate nel libro di Max “I cowboy non mollano mai” e nei racconti fatti dallo stesso Max. 

Silvia è la scintilla che serve ad accendere Max, Silvia è tutto, è quel tipo di ragazza che avrebbe fatto perdere la testa a qualsiasi ragazzo, figuriamoci a uno come Max. La confusione di Silvia è quella di un’adolescente che ancora non ha trovato la sua strada e che cerca, in ogni modo, di dare un senso, una direzione alla sua vita. E Max, in questa confusione, ci finisce imbrigliato, ammaliato. Sembra una maledizione, un tormento, più che una storia d’amore. Se non fosse che, grazie a Silvia, le prime canzoni degli 883 prendono forma.

È TUTTO VERO. OPPURE NO?

Raccontando una storia realmente accaduta i confini entro cui potevamo muoverci erano ben stabiliti. Gli step della carriera musicale di Max e Mauro sono esattamente quelli che abbiamo raccontato, dalla prima esibizione de I Pop – il loro primo, impacciato, esperimento rap – al Rolling Stone, passando per la cassetta mandata a Cecchetto, fino alla consacrazione con l’uscita di Hanno Ucciso L’uomo Ragno. Abbiamo però voluto “romanzare” alcuni passaggi e pensare a Max e Mauro come due personaggi e non solo due persone. Abbiamo voluto dare la loro personalità a due personaggi che avessero dei desideri, delle necessità; personaggi a cui abbiamo imposto conflitti che – questa è la nostra speranza – ricalcassero quelli che i veri Max e Mauro potrebbero aver vissuto in quegli anni pazzi del primo successo. In questo senso abbiamo lavorato tanto sui testi delle canzoni alla ricerca di avventure ed emozioni che potessimo tradurre in vicende narrative. Molte delle canzoni degli 883 sono infatti dei brevi racconti di fatti accaduti realmente a Max e Mauro, altre invece portano significati meno decifrabili, ma che abbiamo tentato di interpretare per costruire un mondo intorno ai nostri personaggi. 

GLI ANNI NOVANTA E LA PROVINCIA

Facendo parte di quella fortunata cerchia di persone che si sono ritrovate adolescenti negli anni Novanta, non abbiamo potuto fare a meno di raccontare con una punta di nostalgia e con tantissimo amore la storia di due ragazzi che esplodono proprio in quegli anni. 

Quelli erano anni incredibili. Anni in cui non esistevano i social e il coraggio per scrivere o telefonare a una ragazza era un coraggio vero, senza filtri. Anni in cui i conflitti non si nascondevano dietro alle tastiere ma avvenivano nei cortili, in strada. Anni di velocità sui Ciao truccati, anni delle telefonate anonime nelle cabine telefoniche, “gli anni dei Roy Rogers come jeans”, sì, ma anche delle figure di merda, delle prese per il culo tutt’altro che woke e delle compagnie ai giardini. Era, quello, un periodo in cui la celebrità – e questo è un aspetto chiave del nostro racconto – quando arrivava, arrivava come uno schiaffo, cambiando radicalmente la vita delle persone.

E figuriamoci se questa celebrità arrivava per due ragazzi cresciuti in provincia. La provincia del nord è l’ultimo protagonista della nostra storia. Solo chi è cresciuto nella nebbia della pianura può comprendere il senso di isolamento e inadeguatezza che pervadeva le vite di Max e Mauro e il loro bisogno di raccontarsi e di raccontare tutto quello che li circondava. Hanno Ucciso L’uomo Ragno è un racconto di provincia che, dai ristretti confini della sfiga, si allarga per raccontare la storia di tutti quelli che, almeno una volta nella vita, hanno avuto un sogno.

SCENOGRAFIA 

Appena arrivata a Pavia ho pensato fosse la città meno cinematografica del mondo: tutto bello, tutto curato, tutto… molto uguale – ergo, tutto molto noioso. Nessuna bacchetta magica avrebbe mai potuto trasformarla in altro, così ho provato a guardarla da un’altra prospettiva e ho trovato la chiave. Ho pensato a come sarebbe stato vivere in un posto monocromo. Abbiamo scelto degli esterni con una gamma cromatica di colori caldi, tenui, ripetuti costantemente su vie e palazzi. Mai un eccesso, un guizzo, per dirla in musica una nota dissonante. Volevo sembrasse chiaramente un posto che un diciottenne non vede l’ora di lasciare. 

Gli anni ’80/’90 sono anni scoppiettanti: i primi cellulari, i computer, i brand di moda super colorati, il design e la pubblicità, la musica che arriva da oltreoceano, tutto succedeva altrove… E questo altrove era Milano, vista come una sorta di realtà aumentata, con Radio Deejay, la meta, il posto fantastico ed immaginifico in cui lavorano quelli che ce l’hanno fatta e dove il sogno di sfondare nella musica poteva diventare realtà. È stato molto divertente vedere i nostri protagonisti alle prese con un telefono a gettoni del quale non conoscevano l’uso, imparare che la musica si faceva con tastiere, campionatori, computer, videoregistratore e – voilà! – la musicassetta da far sentire. Nove mesi di lavoro, 174 location spesso da rendere d’epoca, 3 registi, miliardi di sopralluoghi, innumerevoli camion di mobili, tecnologia d’epoca funzionante (il reparto arredamento è stato super), consulenti musicali, condizioni climatiche avverse, i litigi… Onestamente non posso dire sia stata una passeggiata, ma altrettanto onestamente devo dire che è stato quel modo difficile e rocambolesco condiviso, prima di tutto con il mio reparto e poi con il resto della troupe, che ci ha portati sul palco del Festivalbar.

Luisa Iemma

LOCATION 

Per raccontare qualcosa di così presente nell’immaginario di intere generazioni, come gli 883, bisognava ricreare un contesto di provincia che fosse sì quello dell’adolescenza di Max e Mauro, ma nel quale tutti potessero rivedersi in sella ad un Sì o in una sala giochi. Noi ci siamo “rivisti” con gli occhi di Sibilia, che ha questa straordinaria capacità: ti racconta qualcosa e ti ci ritrovi dentro, quasi un’esperienza tridimensionale. Così la ricerca e la scelta delle location per questa serie è stato più un “riconoscerle”, dire “…ecco il Jolly Blue”. Tutto parte dalla Pavia di fine anni Ottanta, ricostruita anche grazie a Max. Tuttavia, quella che doveva essere una “provincia soffocante” è oggi una città moderna, piena di studenti, ed è stato necessario rivederne la geografia. E così la casa di Max è stata idealmente posizionata a Borgo Ticino, che il fiume separa dal centro storico, dove invece abita Mauro. È sul Ticino che i due hanno il loro posto speciale, dove si raccontano, iniziano a scrivere. Pavia ci ha riservato una straordinaria accoglienza e le dobbiamo tutti gli esterni che conferiscono autenticità alla serie. A Roma e in altri sette paesi del Lazio abbiamo colto la sfida di riprodurre alcune ambientazioni iconiche come il Festivalbar, l’Aquafan, Radio Deejay o lo stesso Jolly Blue; una sfida vinta grazie ad un enorme lavoro di squadra. In numeri, Hanno Ucciso l’Uomo Ragno ha coinvolto 10 città, 120 location, 3 registi, 20 indimenticabili settimane. Anche se 883 è l’unico numero che sentirete gridare a gran voce in questa serie.

Stefania Gagliardi

COSTUMI

Il lavoro dei costumi per preparare la serie è partito da una documentazione varia e immensa: riviste, foto di famiglia, film e qualche racconto dello stesso Max Pezzali. Ma la documentazione è solo il punto di partenza del costumista, permette di muoversi in modo più libero e creativo all’interno dell’epoca che deve rappresentare. Subentrano poi le personalità dei personaggi e l’ambiente in cui vivono, le suggestioni della sceneggiatura e della regia. 

La storia si svolge prevalentemente a Pavia dal 1989 al 1993, un momento di passaggio tra due decenni molto diversi tra loro dal punto di vista dei costumi. Un passaggio che non poteva essere brusco come non lo è stato nella realtà. Così, il mondo degli adulti e il mondo borghese in generale conservano un sapore ancora anni 80, mentre i giovani hanno fogge, trucco e pettinature fresche e nuove, orientate agli anni successivi privilegiando gli anni ‘90 perché nell’immaginario collettivo gli 883 sono legati a quegli anni. In linea con la Fotografia e la Scenografia abbiamo lavorato in palette con i colori di Pavia: giallino, ocra, mattone, marrone.

Il mondo che ruota attorno ai due protagonisti, nella loro adolescenza, veste i colori della città fin quasi a confondersi con i muri. Max e Mauro, al contrario, indossano colori che escono dalla palette della città in modo da accentuarne il disagio all’interno del loro ambiente di origine. Repetto usa colori saturi, accesi e allegri, tutti i colori dell’arcobaleno. Pezzali veste di nero, grigio o bianco finché non diventa famoso. Un capitolo a parte sono state le ricostruzioni dei personaggi reali: Cecchetto, Fiorello, Jovanotti, i Public Enemy e tanti altri.

Fuori da ogni palette e con l’aiuto fondamentale del trucco e dei capelli ci siamo immersi nel mondo della musica degli anni Novanta divertendoci come bambini.

Valentina Taviani

FOTOGRAFIA 

La fotografia di Hanno Ucciso L’uomo Ragno aveva come obiettivo primario la ricostruzione di un mondo e di un’epoca relativa agli inizi degli anni Novanta. Il tutto doveva essere fatto in modo sia verosimile che narrativo. L’intento era quindi di creare un’ambientazione che non solo rispecchiasse fedelmente l’epoca, ma che allo stesso tempo sostenesse e arricchisse la narrazione, immergendo lo spettatore nell’atmosfera di quel periodo.

Dopo una lunga ricerca sulle fonti visive, tra cui videoclip e fotografie che rappresentano l’evoluzione discografica degli 883, abbiamo deciso di ricreare fotograficamente un mondo che fosse una via di mezzo tra ciò che era effettivamente quell’epoca e la percezione che lo spettatore ha oggi di quel periodo. Questo è stato realizzato attraverso lo studio vari mezzi multimediali come la televisione, il cinema e, soprattutto, i videoclip. L’obiettivo era quindi creare un’estetica che fosse chiaramente riconoscibile come tipica di quegli anni, ma che allo stesso tempo trovasse un riscontro immediato nello spettatore, evocando la giusta nostalgia e autenticità.

Analizzando la storia di questa serie, abbiamo cercato di marcare profondamente la differenza tra due mondi. Il primo è quello di Pavia, la città natale del protagonista, caratterizzata dalla vita comune e da un pensiero omologato, percepito come molto noioso dai nostri protagonisti. Il secondo mondo rappresenta la scoperta della musica – rock, punk, rap – che si distanzia completamente dalla routine quotidiana del protagonista. 

Pavia è stata ricostruita abbracciando profondamente la sua identità architettonica e cromatica, con una predominanza di toni gialli, beige e ocra, quasi creando un monocromo. Abbiamo però inserito anche toni più blu, presenti nelle ombre, per creare un equilibrio cromatico che fosse immediatamente riconoscibile. L’armonia difficile tra i complementari blu e giallo crea un contrasto cromatico, metafora del tormento interiore del protagonista in cerca della sua identità.

Questo equilibrio viene completamente sconvolto dall’ingresso nel mondo della musica, che si caratterizza invece per toni vivaci, colori eccessivi e accostamenti cromatici azzardati. La differenza cromatica tra i due mondi sottolinea il cambiamento radicale e la scoperta di una nuova identità da parte del protagonista. Ovviamente, alla costruzione di questa dialettica fra due mondi in contrasto ha partecipato anche l’illuminazione. Le luci e la qualità della luce che hanno caratterizzato le scene di Pavia hanno un contrasto più lieve, con un’illuminazione più piatta e poco appariscente. 

Al contrario, nel momento in cui i protagonisti entrano nel mondo delle grandi metropoli, dei concerti e della musica, la luce comincia non solo a cambiare colore, ma anche a cambiare qualità. I contrasti diventano più forti, le luci più dirette e in movimento, con l’uso di flare e luci in macchina che accecano e ammaliano lo spettatore tanto quanto i nostri protagonisti. Questo cambiamento nell’illuminazione non solo distingue visivamente i due mondi, ma amplifica anche la sensazione di scoperta e meraviglia vissuta dai protagonisti nel nuovo ambiente musicale.

Al fine di creare un look con una matrice e un appeal cinematografico, abbiamo scelto di utilizzare ottiche anamorfiche. Queste ottiche, note per la loro capacità di creare un formato panoramico, sono sinonimo di cinema. In particolare, abbiamo usato le Canon Xtal Express, lenti vintage che hanno aggiunto una serie di piccole imperfezioni, deformazioni, cadute di fuoco e sfocature eccessive. Questi elementi ci sono sembrati assolutamente logici nella ricreazione di un’epoca più lontana e nella narrazione della storia dell’evoluzione di una band, dagli albori al successo. Il formato e le ottiche scelte ci hanno permesso di creare immagini con un effetto epico, perfettamente adeguato al racconto e in grado di evocare l’epoca in modo coinvolgente e autentico.

Valerio Azzali Hanno ucciso l’Uomo Ragno

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