Francesca Michielin Magia Bianca

Intervista a Francesca Michielin che, con Magia Bianca, il nuovo album in uscita il 12 giugno, inaugura una delle fasi più personali, coraggiose e libere della sua carriera.

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Un progetto che intreccia fantasy, folklore, spiritualità, cultura pop e riflessione sociale per raccontare il presente attraverso simboli antichi come le streghe, i rituali e le leggende popolari. Nato tra l’Italia e Londra, grazie anche alla collaborazione con il produttore David Kosten, il disco rappresenta il primo vero concept album costruito secondo una visione completamente autonoma dell’artista. In questa intervista Francesca racconta la genesi di un lavoro che definisce “scomodo”, la sua esigenza di libertà creativa, il rapporto con l’irrazionale e la ritualità, il valore del folklore del Nord Est, il peso delle aspettative nell’industria musicale e il desiderio di utilizzare il linguaggio del fantasy per parlare della realtà contemporanea. Un dialogo che restituisce il ritratto di un’artista finalmente riconciliata con se stessa e determinata a seguire la propria strada senza rincorrere le logiche del mercato.

Intervista a Francesca Michielin, il nuovo album “Magia Bianca”

“Magia Bianca” segna l’inizio di una nuova fase artistica. Che cosa rappresenta per te questo album?

Questo disco rappresenta soprattutto la voglia di giocare, divertirmi, sperimentare e liberarmi. Credo che queste siano le parole che meglio descrivono il percorso che ho fatto per arrivare a “Magia Bianca”. È un album che nasce da un’esigenza molto personale: recuperare una parte di me che negli ultimi anni sentivo il bisogno di ascoltare di più, quella più istintiva, magica e irrazionale.

Mi piacerebbe che chi ascolta questo lavoro percepisse proprio questo messaggio: l’importanza di essere se stessi senza compromessi e il valore di recuperare quello spirito magico che spesso viene considerato superfluo, quando invece è una componente fondamentale della nostra esistenza. Viviamo in un’epoca che ci chiede continuamente di essere efficienti, razionali, performanti. Io invece volevo rivendicare il diritto all’immaginazione, all’intuizione e persino al caos.

Le figure delle streghe attraversano tutto il disco. Perché hai scelto proprio questo immaginario per raccontare il presente?

Perché credo che sia molto più attuale di quanto possa sembrare. Quando pensiamo alle streghe immaginiamo qualcosa di fantasy, lontano dalla realtà. Invece, osservando il mondo contemporaneo, mi sono resa conto che certe dinamiche sono ancora molto presenti.

Viviamo un periodo storico attraversato da inquietudini profonde e, in qualche modo, è tornata una forma moderna di caccia alle streghe. Penso a tutte quelle donne che vengono giudicate perché sono troppo libere, troppo eccentriche, troppo indipendenti o semplicemente diverse. Donne che per il loro modo di parlare, vestirsi, amare o pensare finiscono spesso nel mirino di forme di violenza, soprattutto sui social.

Oggi non esistono più i roghi fisici, ma esistono quelli digitali. Mi interessava partire da questa riflessione per costruire un immaginario che parlasse di libertà e autodeterminazione.

Musicalmente il disco appare estremamente libero e difficile da incasellare. È la sintesi della tua identità artistica?

Assolutamente sì. Mi sento spesso dire che è difficile capire esattamente cosa voglia fare musicalmente, ma la verità è che sono una persona estremamente curiosa. Mi piace esplorare, contaminare, mettere insieme mondi diversi. Amo i videogiochi, il pop, il folk, il fantasy, la musica elettronica, la canzone d’autore. Mi piace ascoltare e capire linguaggi differenti. Per questo considero “Magia Bianca” una sintesi molto fedele di ciò che sono. Forse non perfetta, ma sicuramente autentica. Dentro ci sono tutte le mie passioni e tutte le mie ossessioni creative.

Hai definito questo lavoro un disco “scomodo”. In che senso?

Perché non è un disco che cerca scorciatoie. Non è rassicurante e non vuole esserlo. “1484”, che apre il progetto, è già una dichiarazione d’intenti. Parla di controllo, conformismo e paura. Credo che cercare una certa scomodità sia naturale per chi fa arte. L’arte, quando funziona davvero, pone domande più che offrire risposte. Oggi ci viene chiesto continuamente ordine, rigore, chiarezza. Ma la realtà è molto più caotica. Questo disco abita quel caos e prova a raccontarlo senza semplificarlo.

Nel disco ricorrono spesso concetti come ritualità, spiritualità e irrazionalità. Quanto sono importanti nella tua vita?

Molto. Per me la ritualità non è qualcosa di esoterico nel senso più superficiale del termine. È piuttosto un modo di dare significato alle cose. L’irrazionale serve a ricordarci che non tutto può essere spiegato, controllato o misurato. In un mondo ossessionato dalla produttività e dai numeri, ritrovare una dimensione spirituale diventa quasi un atto rivoluzionario. Non a caso vedo sempre più artisti che stanno esplorando questi temi: penso a Rosalia, a Florence and the Machine, a Serena Brancale. Credo ci sia un bisogno collettivo di tornare a interrogarsi su aspetti più profondi dell’esistenza.

Quanto hanno influito Londra e l’incontro con David Kosten sulla nascita dell’album?

Tantissimo. Lavorare con David Kosten era un sogno che coltivavo da anni. Fare musica a Londra è stata un’esperienza quasi mistica. Ti confronti con una tradizione musicale diversa e con un approccio creativo molto aperto. Mi ha aiutato ad allargare ulteriormente i miei orizzonti e a credere ancora di più nelle intuizioni che avevo per questo progetto.

C’è un brano che rappresenta particolarmente il cuore del disco?

Probabilmente “Strega Comanda”, perché racchiude molti dei temi centrali dell’album. Ha diversi livelli di lettura. Parla di libertà, di identità, ma anche di amore libero e consensuale. È una canzone che nasce in un periodo che percepisco come piuttosto oscuro e retrogrado sotto molti aspetti. In fondo “Magia Bianca” è un disco medievale per un Paese molto reale.

L’album arriva in un momento particolare della tua vita personale. Quanto conta oggi il rapporto con il successo e con il mercato?

Mi sento in una fase molto felice e realizzata della mia vita. Credo che una parte di me abbia finalmente smesso di preoccuparsi troppo delle pressioni del mercato. Tutti gli artisti che amo davvero non hanno rincorso il mercato: si sono fatti inseguire.

La cosa che più mi spaventa oggi dell’industria musicale è l’ossessione per i numeri. È una dinamica che rischia di schiacciare la creatività. Io invece volevo fare un disco che rispondesse prima di tutto a un’esigenza artistica.

Hai detto che questo disco “serve a te”, ma anche al tuo pubblico. Cosa speri lasci a chi lo ascolterà?

Vorrei che lasciasse una sensazione di libertà. Non è un disco rassicurante nei contenuti, perché parla di paure, contraddizioni e fragilità. Però credo che possa far sentire le persone accolte e al sicuro. Uso il fantasy come pretesto per raccontare la realtà più concreta e quotidiana. Alla fine il messaggio è molto semplice: lasciamo che le persone vivano la propria vita, esprimano la propria identità e seguano il proprio percorso senza essere giudicate continuamente.

Tra pochi mesi ti sposerai. Questa scelta ha influenzato il modo in cui guardi al futuro?

Sì, perché quando ho iniziato a scrivere questo disco avevo già maturato questa decisione. Oggi sposarsi, nel 2026, è una scelta quasi controcorrente. Per me non rappresenta un traguardo tradizionale, ma la volontà di costruire qualcosa insieme a un’altra persona. In tempi complicati, scegliere di essere un porto sicuro l’uno per l’altra è un gesto molto potente. È una responsabilità, ma anche un atto di fiducia verso il futuro.

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