Gard Amici

Intervista a Gard che, dopo l’esperienza nella scuola di Amici 25, si mette in gioco con l’Ep Lividi, un progetto del tutto libero.

Con Lividi, Gard firma il suo primo vero manifesto artistico. Dopo il percorso ad Amici, il giovane cantautore genovese sceglie di presentarsi al pubblico con un progetto che va oltre un semplice EP d’esordio: sei brani che diventano racconto personale, sfogo emotivo e dichiarazione d’identità.

Dentro Lividi convivono rabbia, fragilità, paura, desiderio di libertà e bisogno di essere ascoltati. Un lavoro diretto, viscerale, senza filtri, che mette insieme elettro-pop, scrittura istintiva e una forte impronta cantautorale. Gard racconta il dolore senza addolcirlo, trasformandolo in immagini, voce e suono.

Nell’intervista emerge con chiarezza la sua urgenza espressiva, il bisogno di scrivere di getto e di restare fedele a sé stesso anche davanti alle aspettative del pubblico e dell’industria musicale. Lividi diventa così la fotografia di un momento preciso della sua vita: il punto di partenza di un percorso che ha già una direzione chiara, ma che continua a muoversi in evoluzione costante. Tra confessione personale e sguardo generazionale, Gard racconta cosa significa trasformare le ferite in musica, e farne la propria voce.

Intervista a Gard, il nuovo Ep “Lividi”

“Lividi” rappresenta un nuovo inizio nel tuo percorso artistico. Che significato ha per te questo EP?

Lividi rappresenta esattamente ciò che sono oggi. È il mio percorso artistico racchiuso in sei brani, ma soprattutto è il punto di partenza di qualcosa che sento ancora in movimento. È un inizio, ma anche la continuazione di ciò che stavo già vivendo e costruendo prima. Ho scelto questo titolo perché i lividi sono segni che restano addosso: a volte si vedono, altre no. Per me raccontano tutte quelle ferite emotive, quei momenti di dolore, di delusione e di crescita che ho vissuto fino a oggi. Dentro ci sono delusioni d’amore, delusioni di vita, momenti difficili ma anche tanta voglia di reagire. Mi interessava raccontare qualcosa che parlasse davvero di me, ma che allo stesso tempo potesse parlare anche a chi ha vissuto emozioni simili. Credo sia importante raccontare ciò che sente la mia generazione, senza filtri.

Nell’EP si percepisce un filo narrativo molto forte tra i sei brani. Era qualcosa di pensato fin dall’inizio?

No, ed è forse la cosa che mi affascina di più. Non è stato costruito a tavolino. Quel filo si è creato da solo mentre scrivevo. Ogni brano è nato in un momento diverso, con emozioni diverse, però alla fine si sono uniti naturalmente. È come se tutte quelle sensazioni avessero trovato da sole una direzione comune. Questo per me è molto importante, perché significa che nella mia scrittura esiste un linguaggio coerente, anche quando non lo sto cercando in maniera razionale. Ogni canzone è una fotografia precisa di un momento, ma viste tutte insieme raccontano una storia più grande.

Come sono nate le canzoni di “Lividi”?

Molto istintivamente. La maggior parte dei brani è nata davvero di getto. Spesso li abbiamo scritti in due ore, a volte anche meno. Nascevano e venivano registrati quasi subito in demo. Poi magari li riascoltavamo, ci lavoravamo sopra, cambiavamo qualche parola o qualche dettaglio metrico, ma davvero pochissimo. La struttura emotiva del pezzo restava quella iniziale. Gli ultimi due inediti dell’EP, Lasciami Gridare e Un Passo, sono quelli che aprono e chiudono il progetto e hanno un significato particolare proprio perché incorniciano tutto il racconto. Gli altri brani li avevo scritti poco prima di entrare ad Amici. In qualche modo questi sei pezzi raccontano mesi molto intensi della mia vita.

Nei tuoi testi si percepisce una forte urgenza emotiva. Quanto c’è di istintivo nella tua scrittura?

Tantissimo. Quasi tutto. Quando scrivo non mi fermo troppo a ragionare. Seguo l’impulso. Le parole arrivano in modo molto naturale e io cerco di non bloccarle. È una scrittura molto diretta. Se sento una cosa, provo a trasformarla subito in musica. Poi magari in un secondo momento si sistemano alcuni dettagli, ma la parte vera del brano nasce immediatamente. Per me è fondamentale mantenere quella verità iniziale, perché lì dentro c’è l’emozione più autentica.

Durante il percorso ad “Amici” sei riuscito a mantenere una forte identità artistica. Come hai fatto a preservarla?

Restando fedele a me stesso. Mi sono detto fin da subito: io sono questo e non voglio cambiare per assomigliare a qualcosa che non mi rappresenta. Ho difeso molto i miei brani e la mia idea musicale. Spesso è più semplice affidarsi a qualcosa di già pronto o a ciò che può sembrare più sicuro. Ma io non cercavo la sicurezza. Cercavo verità. Volevo portare ciò che sentivo davvero. Anche se magari una cosa non funziona subito, se è sincera prima o poi arriva alle persone giuste. Preferisco fare qualcosa che mi appartenga fino in fondo piuttosto che inseguire qualcosa solo perché potrebbe piacere di più.

Come hai costruito il tuo sound tra elettro-pop, scrittura emotiva e influenze cantautorali?

Attraverso tanta sperimentazione. In studio lavoro insieme a Fulvio Masini e per me quel confronto è fondamentale. Produciamo insieme e cerchiamo continuamente nuove soluzioni. Mi interessa capire davvero cosa succede in studio, anche tecnicamente. Mi piace entrare nei dettagli dei suoni, delle chitarre, delle distorsioni, degli equilibri. Credo che conoscere il suono sia importante tanto quanto scrivere un testo. Io sono partito dalla mia cameretta, facendo demo da solo, cercando sonorità che mi rappresentassero. Poi quel lavoro è cresciuto, ma lo spirito è rimasto lo stesso. Continuo a inseguire un suono che sia mio.

Nei tuoi brani convivono fragilità e rabbia. Come trovi equilibrio tra questi due lati?

Sono entrambe parti di me. Quando scrivo viene fuori la parte più cruda, più diretta, anche più istintiva. Fuori dalla musica magari sono molto più tranquillo. Ma quando canto o scrivo qualcosa cambia. È come se entrassi dentro una versione più intensa di me stesso. Mi piace tenere insieme fragilità e rabbia perché credo che convivano in tutti noi. La fragilità ti rende sensibile e consapevole. La rabbia invece ti dà forza, energia, movimento. Una senza l’altra sarebbe incompleta.

Hai mai paura che mostrare così tanta sincerità possa essere visto come una debolezza?

No, per niente. Non lo vivo così. Per me essere sinceri è una forza enorme. Accetto molto volentieri le critiche quando sono costruttive, quando servono a crescere. Quelle le ascolto davvero. Ma non ho paura di mostrarmi per quello che sono. Mi interessa fare la musica che sento mia. Se piace, bene. Se non piace, va bene comunque. La cosa importante è riconoscermi in ciò che faccio.

“Lasciami Gridare” contiene un verso molto forte: “Ho perso me stesso”. Cosa racconta questa canzone?

Racconta un momento vero. Un momento in cui avevo paura di essermi perso davvero. Sentivo di aver smarrito una parte di me. Scrivere quella canzone è stato il modo per ritrovarmi. Avevo bisogno di gridare, di buttare fuori tutto. Quel brano è nato proprio da questa necessità. È come dire: “Eccomi, ci sono, voglio farmi sentire”. È stata una liberazione. Mi ha aiutato a ritrovare una voce che forse per un attimo avevo paura di perdere.

“Un Passo”, invece, chiude l’EP parlando di paura. Perché hai scelto di terminare il progetto così?

Perché Un Passo rappresenta una consapevolezza diversa rispetto all’inizio. Se Lasciami Gridare è la paura di avere paura, Un Passo è guardare quella paura in faccia. È riconoscerla. Alcune paure restano, non spariscono. Ma impari a conviverci, a gestirle, a non lasciarti bloccare. Chiudere il disco con questo brano aveva senso proprio per questo: è come un punto di arrivo emotivo dopo tutto il percorso raccontato nelle tracce precedenti.

Quanto hanno influito i cantautori genovesi nella tua formazione musicale?

Tantissimo. Sono parte delle mie radici. Li ascolto da sempre e continuo ad ascoltarli. Mi hanno insegnato la forza delle immagini, il peso delle parole dette in modo diretto. Amo quel modo di scrivere così crudo e potente. Da De André a Tenco, fino a tutta quella tradizione lì, cerco di prendere qualcosa da ognuno. Poi provo a rielaborarlo con il mio linguaggio e con il mio suono. Mi piace pensare che il cantautorato genovese possa vivere anche dentro una forma nuova, dentro produzioni più elettroniche e contemporanee.

Oggi che “Lividi” è realtà, di cosa vai più fiero?

Della libertà. È la parola che sento più vicina a questo progetto. Libertà di essere me stesso, di scrivere quello che voglio, di dire le cose come le sento. Credo che oggi sia fondamentale non avere paura di mostrarsi per ciò che si è davvero. Lividi per me significa questo: libertà assoluta di essere autentico.

Cosa ti aspetti ora dall’incontro con il pubblico?

Mi aspetto uno scambio vero. È la cosa che desidero di più. Che siano in pochi o in tanti per me cambia poco. Quello che conta è esserci, incontrarsi e condividere qualcosa. Voglio che chi mi ascolta possa vedere davvero come sono, al di là delle canzoni. Voglio farmi conoscere nella mia verità, con tutta la mia energia, la mia libertà, le mie contraddizioni. Con la parte leggera, con quella arrabbiata, con quella fragile. Perché fanno tutte parte di me. Ed è proprio questo che voglio portare sul palco e davanti alle persone.

Qui il calendario dell’instore.

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