Intervista a Giusy Ferreri; dal romanzo Le voci interrotte al singolo Vuoto cosmico, tra musica, libertà artistica e nuove sfide creative.
Dalla musica alla letteratura, passando per nuove collaborazioni, progetti paralleli e la voglia di esplorare territori creativi sempre diversi: per Giusy Ferreri il 2026 è un anno ricco di novità e stimoli.
Dopo un’estate trascorsa tra concerti e incontri con il pubblico, la cantautrice ha inaugurato un nuovo capitolo del proprio percorso artistico con Le voci interrotte. La prima indagine di Minerva, il suo romanzo d’esordio pubblicato da Solferino il 15 settembre. Un noir visionario, ambientato tra Pavia e luoghi immaginari, nel quale il mondo della musica si intreccia con il mito, il mistero e le contraddizioni dell’animo umano. Al centro della storia ci sono Minerva Dea, figura enigmatica e legata alla cultura e all’arte, e l’ispettore Arturo Principe, alle prese con un’indagine che mette in discussione il confine tra realtà e leggenda.
Ma la scrittura letteraria non è l’unica novità di questo periodo. Sul versante musicale, Ferreri è tornata a collaborare con Michele “CanovA” Iorfida per Vuoto cosmico, singolo che racconta le difficoltà delle relazioni sentimentali e l’incapacità, a volte, di decifrare ciò che si prova. Un percorso che si affianca all’esperienza dei Bloom, la formazione alternative rock con cui l’artista ha esplorato nuove sonorità.
In questa intervista a iMusicFun, Giusy Ferreri racconta la genesi del suo primo romanzo, il desiderio di dialogare con le nuove generazioni attraverso la cultura, la rappresentazione ironica del mercato musicale e il valore dell’indipendenza artistica. Senza dimenticare il rapporto con gli autori, le collaborazioni che hanno segnato la sua carriera e quella curiosità che, ancora oggi, la spinge a non fermarsi a una sola identità musicale.

Intervista a Giusy Ferreri
Giusy, stai vivendo un periodo particolarmente intenso: dopo un’estate ricca di concerti, è arrivato il tuo primo romanzo, Le voci interrotte. Come stai affrontando questa fase, nella quale convivono linguaggi e modalità di relazione con il pubblico così differenti?
È un periodo felicemente complicato, perché mi piace avere ogni tanto qualche stimolo in più. Sentivo da tempo l’esigenza di avere l’occasione e la fiducia necessarie per potermi dedicare alla scrittura, e sono contenta che anche questo desiderio si sia avverato. Per me è una novità importante, perché mi permette di relazionarmi con il pubblico in una maniera diversa rispetto a quella a cui sono abituata attraverso la musica.
Il tour, iniziato ad aprile e terminato da poco, mi ha regalato incontri stupendi. Devo ammettere che il palco mi manca già, nonostante sia trascorsa soltanto una settimana dalla fine dei concerti. Anche gli incontri legati al libro, però, hanno una loro dimensione speciale: durante le presentazioni e i firmacopie si può chiacchierare, approfondire i temi della storia e confrontarsi con le riflessioni che il romanzo suggerisce.
Mi piace pensare che Le voci interrotte possa accompagnare il lettore, fargli compagnia, ma anche offrirgli degli spunti su cui soffermarsi. È un’esperienza diversa, che si aggiunge al mio percorso musicale senza sostituirlo.
La scrittura di una canzone si fonda sulla sintesi, sulla metrica e sulla melodia, mentre un romanzo consente di dilatare il racconto e approfondire personaggi e situazioni. Che cosa hai scoperto passando da una forma espressiva all’altra? E quanto hanno contribuito i luoghi in cui hai vissuto alla nascita della storia?
Sono due forme di espressione differenti, ciascuna con la propria magia. Nella canzone esiste una sintesi particolare, costruita attraverso la melodia e la metrica: in poche parole e in pochi minuti bisogna riuscire a racchiudere un’emozione, un pensiero o una storia. Il romanzo, invece, permette di descrivere tanti aspetti in maniera più completa, di soffermarsi sui dettagli e di sviluppare le vicende con maggiore libertà.
Per Le voci interrotte ho scelto un’ambientazione che conosco bene. Ho vissuto per tanti anni a Vigevano, in provincia di Pavia, e quelle zone fanno parte della mia esperienza personale. Non si tratta di un’ambientazione casuale: sono luoghi che ho frequentato e che hanno lasciato qualcosa dentro di me.
Anche la statua della dea Minerva, che si trova a Messina, mi affascinava fin da bambina. Il personaggio mitologico di Minerva mi ha sempre colpita per il suo legame con la musica, l’arte e la cultura. Ho voluto partire anche da questa suggestione per costruire una cornice narrativa gotica e contemporanea, capace di unire elementi familiari a situazioni misteriose e visionarie.
Minerva Dea è una figura che sembra provenire dal mito, ma nel romanzo si confronta con il presente e con le sue contraddizioni. Attraverso di lei introduci anche il tema dell’intelligenza artificiale, rappresentata simbolicamente dalla sua antagonista Arachne. Perché hai scelto di mettere in dialogo autenticità artistica e nuove tecnologie?
Mi interessava confrontarmi con le nuove generazioni e affrontare alcune questioni che riguardano il nostro tempo. Nel romanzo Minerva rappresenta l’autenticità e il talento, mentre la sua antagonista, Arachne, può essere interpretata, in una lettura contemporanea, come una rappresentazione dell’intelligenza artificiale e di un modo diverso di concepire la creatività.
Mi piaceva l’idea di mettere questi due mondi uno di fronte all’altro, senza limitarmi a raccontare una storia fine a se stessa. Attraverso i personaggi volevo aprire uno spazio di riflessione sulla cultura, sull’arte e sui cambiamenti che stiamo vivendo.
Il libro contiene anche riferimenti musicali e letterari, perché credo molto nei legami che si creano attraverso la conoscenza. Ho voluto inserire alcuni brani che mi hanno particolarmente colpita e citare autori importanti, come Hermann Hesse, James Hillman ed Erich Fromm. Sono riferimenti che hanno contribuito alla mia formazione e che mi piaceva condividere.
In questo senso, il romanzo è anche un modo per trasmettere una parte del mio bagaglio culturale e musicale. Non è un libro autobiografico, ma contiene le tracce di ciò che mi ha incuriosita, emozionata e accompagnata nel corso degli anni.
Nel romanzo il mondo della musica è attraversato da manager senza scrupoli, artisti ambiziosi, rivalità e dinamiche di potere. Quanto c’è della tua esperienza professionale in questa rappresentazione? Hai cercato di raccontare il settore in maniera realistica oppure hai preferito utilizzare il noir e l’ironia per deformarne i meccanismi?
Più che rappresentare il mondo musicale in maniera strettamente realistica, ho preferito giocare con alcuni luoghi comuni e raccontarli con una certa goliardia. Mi divertiva inventare personaggi che, accanto a un lato professionale e serio, avessero anche caratteristiche più banali o ambigue. In alcuni casi, anche i loro nomi contribuiscono a suggerire una personalità e a confondere le idee, perché dovevano servirmi per depistare le indagini.
Questa scelta mi ha permesso di esplorare i personaggi da diversi punti di vista, facendo emergere sia gli aspetti positivi sia quelli più oscuri. La dimensione psicologica è importante, perché dietro ogni comportamento possono esserci motivazioni differenti e contraddizioni che non sono immediatamente visibili.
Naturalmente, come in ogni settore, anche in quello artistico esistono delle criticità. Il mondo della musica è in continua evoluzione e oggi sta attraversando cambiamenti importanti. Tuttavia, credo sia difficile generalizzare, perché ogni percorso artistico ha una storia particolare e ogni esperienza viene vissuta in maniera soggettiva.
Nel mio caso posso essere grata per le collaborazioni e per il valore aggiunto che tante persone hanno portato al mio percorso. Ho avuto la fortuna di incontrare professionisti con cui costruire qualcosa di significativo. Nel romanzo, però, mi interessava soprattutto utilizzare le dinamiche del settore come materiale narrativo, mescolando ironia, mistero e osservazione psicologica.
Hai scelto di proseguire la tua carriera come artista indipendente, mantenendo la possibilità di spaziare tra la dimensione solista, la scrittura letteraria e il progetto alternative rock Bloom. Quanto conta oggi, per te, la libertà di non doverti riconoscere in una sola definizione artistica?
Per me è una questione importante. A un certo punto ho preferito la formula dell’artista indipendente perché sentivo il desiderio di spaziare e di concedermi la possibilità di esplorare percorsi diversi. Volevo poter scrivere un libro, continuare la mia attività da solista e, allo stesso tempo, vivere l’esperienza di una band come i Bloom.
Mi interessa la versatilità, la possibilità di sperimentare senza dover necessariamente rimanere dentro una sola identità. In questa fase sento il bisogno di preservare alcuni aspetti del mio percorso, senza essere sempre condizionata dai numeri, dalla sovraesposizione o dalle mode del momento.
Non significa rifiutare le novità, ma scegliere quali seguire e quali, invece, lasciare sullo sfondo. A volte sento l’esigenza di tornare ad approfondire qualcosa che appartiene maggiormente alla mia anima e alla mia sensibilità artistica.
Credo che la libertà consista anche in questo: potersi concedere il tempo per capire che cosa si vuole davvero raccontare, senza dover necessariamente inseguire ogni tendenza. La musica resta centrale, ma oggi posso esprimermi attraverso linguaggi differenti e trovare in ciascuno uno spazio personale.
Nel 2026 hai ritrovato Michele “CanovA” Iorfida, con cui avevi già lavorato, prima per Musica Classica e poi per Vuoto cosmico. Che cosa ti ha spinto a tornare a collaborare con lui e come si inseriscono questi brani nel tuo percorso attuale?
Quest’anno è iniziato con grandi sorprese e ritrovare Michele Canova è stato sicuramente uno degli aspetti importanti. Con Musica Classica ho avuto l’opportunità di lavorare a un brano che sentivo riconoscibile e vicino a una parte del mio repertorio. Non si trattava di ripetere qualcosa che avevo già fatto, ma di ritrovare una sensibilità musicale con cui esiste già una certa sintonia.
Nel corso della mia carriera ho attraversato fasi differenti e ho avuto modo di lavorare con autori e produttori diversi. Alcune collaborazioni ritornano perché c’è un linguaggio comune, una comprensione reciproca che permette di valorizzare una canzone senza snaturarla.
Anche Vuoto cosmico è nato in questo contesto. Ho ritrovato il gruppo di giovani autori che avevo conosciuto a gennaio con Musica Classica e mi sono lasciata coinvolgere dal brano in maniera molto istintiva. È una canzone che mi ha colpita e che ho interpretato con grande passione.
Il percorso solista, inoltre, convive con altre esperienze. Penso, per esempio, alla collaborazione con Matteo Buzzanca per la sigla di Roberta Valente – Notaio in Sorrento, oppure a Il meglio di te, brano del 2023 nato in occasione dell’omonimo film diretto da Fabrizio Maria Cortese. In quel caso avevo una musica nel cassetto da diversi anni e la lettura della sceneggiatura mi ha aiutata a trovare le parole e il contesto giusti.
Sono occasioni differenti, ma tutte mi permettono di mettermi alla prova e di scoprire nuove possibilità espressive.
“Vuoto cosmico” racconta le difficoltà di una relazione, l’indifferenza e la fatica di decifrare i sentimenti anche all’interno della propria casa. Che cosa ti ha colpita di questa canzone? E quale significato assume il videoclip girato alla Casa e Tenuta Perego, un luogo legato anche alla storia del cinema italiano?
Mi ha colpita immediatamente la capacità del brano di raccontare alcune difficoltà che possono emergere nei rapporti sentimentali. A volte si crea una distanza, altre volte si fa fatica a comprendere quello che l’altra persona prova o a dare un nome alle proprie emozioni. Può succedere persino all’interno delle mura di casa, in uno spazio che dovrebbe essere familiare e protetto.
Ho interpretato la canzone con grande istintività, perché sentivo che quell’argomento aveva qualcosa di autentico. Quando un brano riesce a toccarmi in questo modo, diventa più semplice trovare la chiave interpretativa giusta.
Anche il videoclip, diretto da Vonjako, Andrea Jako Giacomini, ha una dimensione simbolica. Abbiamo girato alla Casa e Tenuta Perego di Cassolnovo, una villa molto bella e ricca di riferimenti storici e artistici, che si trova anche relativamente vicino a casa mia.
L’ambientazione è perfetta per raccontare la fine di una relazione come un distacco dal passato e una possibilità di rinascita. La protagonista si muove in una casa sospesa nel tempo, uno spazio che diventa metafora di una trasformazione interiore: chiudere una storia dolorosa non significa soltanto perdere qualcosa, ma anche ritrovare una parte di sé.
C’è poi un omaggio cinematografico a La donna invisibile, il film del 1969 tratto da un racconto di Alberto Moravia e accompagnato dalle musiche di Ennio Morricone. Ho voluto ricordare Giovanna Ralli, un’attrice che amo molto, anche per il suono della sua voce nella recitazione. Nel videoclip ci sono alcuni richiami all’atmosfera di quel film, che trovo particolarmente riflessivo e vicino, per certi aspetti, al mio modo di raccontare situazioni interpretabili su più livelli.
Nel corso della tua carriera hai interpretato canzoni firmate da autori molto diversi, da Roberto Casalino a Tiziano Ferro, da Gaetano Curreri a Bungaro e Piero Romitelli fino al confronto con Linda Perry. Quando ricevi un brano, quali elementi devono conquistarti? Cerchi soprattutto un testo in cui riconoscerti, una melodia capace di valorizzare la tua voce o una prospettiva che ti permetta di scoprire qualcosa di nuovo?
Spesso ci sono diversi elementi che mi colpiscono subito. Il testo deve convincermi ed emozionarmi, deve raccontare qualcosa che sento di aver vissuto o che comunque riesco a riconoscere come autentico. Mi capita di leggere una canzone e pensare che esprima esattamente quello che avrei voluto dire io, magari in una maniera diversa. L’autore, invece, è riuscito a trovare la sintesi perfetta.
Poi c’è la magia dell’interpretazione. Quando entro in studio e sento che il brano arriva in maniera istintiva, come è successo con Vuoto cosmico, capisco di aver trovato la chiave giusta. Non basta essere affascinati da una canzone: bisogna sentire che si incolla addosso, che permette di esprimersi e che può aggiungere qualcosa al proprio percorso.
Negli ultimi anni mi ha colpita molto la scrittura di Diego Mancino, che ritrovo in diversi miei album. È una penna matura, vicina al mio modo di pensare, ma capace di offrire riflessioni che nascono anche da un’esperienza di vita diversa dalla mia.
Sono consapevole di quanto siano stati importanti i brani scritti da Tiziano Ferro per il mio percorso. Anche la collaborazione con Linda Perry è stata fondamentale: cercavo un confronto soprattutto sul piano della scrittura melodica, perché lei ha una capacità particolare di valorizzare l’intera estensione del registro vocale, come dimostra il suo repertorio e il lavoro svolto per tante artiste internazionali.
Ogni incontro mi ha permesso di scoprire qualcosa di diverso e di dare spazio a sfaccettature differenti della mia personalità. È questo che continuo a cercare: non rimanere ferma su una sola modalità espressiva, ma esplorare nuove variazioni, proprio come le sfumature di un arcobaleno.
Con Le voci interrotte hai aggiunto alla tua identità artistica anche una dimensione noir, gotica e visionaria. Guardando a questo momento della tua carriera, senti che stai attraversando una fase in cui hai bisogno di esplorare anche le zone più misteriose e meno immediate della creatività?
Sicuramente negli ultimi tempi ho voluto aggiungere sfumature diverse, anche più noir. Mi piace l’idea di potermi rappresentare in maniera differente, senza rimanere legata a un’unica immagine o a un solo linguaggio.
Credo che ogni esperienza lasci qualcosa e che, con il passare degli anni, si abbia il desiderio di approfondire aspetti che magari prima non si erano ancora manifestati. La scrittura del romanzo mi ha permesso di farlo in modo particolare, perché ho potuto sviluppare atmosfere, personaggi e riflessioni che richiedevano uno spazio narrativo più ampio rispetto a quello di una canzone.
Allo stesso tempo, la musica continua a offrirmi possibilità di sperimentazione. Ci sono collaborazioni che mi riportano a sonorità familiari e altre che mi spingono verso territori nuovi. Per me è importante mantenere questa curiosità e non smettere di mettermi in discussione.
In fondo, che si tratti di una canzone, di un progetto con una band o di un romanzo, il punto di partenza rimane la necessità di raccontare qualcosa che sento vicino. Cambiano le forme, cambiano i colori e le atmosfere, ma resta la voglia di continuare a esplorare.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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