Intervista a Sara Gioielli, che racconta il percorso di Gioielli Neri, le Targhe Tenco, il legame con il Teatro San Carlo e la nuova musica in arrivo.
Dopo un percorso intenso, personale e ricco di riconoscimenti, per Sara Gioielli si chiude il cerchio di Gioielli Neri, l’album d’esordio che ha portato la cantautrice e produttrice puteolana all’attenzione del pubblico e della critica, fino alla cinquina finalista delle Targhe Tenco 2026 nella categoria Migliore Opera Prima. Un disco nato dall’urgenza di dare forma a emozioni profonde, attraversando la perdita, il dolore e la possibilità di guarire, che nel corso dell’ultimo anno ha assunto un significato nuovo anche per la sua autrice. Le canzoni, scritte quasi tre anni fa, oggi appartengono a una fase della vita che Sara sente di aver elaborato, senza però rinnegare ciò che le ha insegnato.
Il rapporto con chi si è riconosciuto nei suoi testi, la libertà espressiva, la centralità della parola cantata e il valore della formazione musicale sono alcuni dei temi al centro di questa conversazione. Dalle radici al Teatro San Carlo di Napoli, con la guida di Stefania Rinaldi, alla scelta di registrare Che gelosia il mare vicino a casa, a Pozzuoli, ogni dettaglio racconta un’identità artistica costruita senza scorciatoie.
Ora, mentre Gioielli Neri conclude il proprio viaggio, Sara è già al lavoro su nuove canzoni, pronta a esplorare ulteriormente il suo lato pop e ad accogliere i cambiamenti che accompagnano ogni percorso creativo.
Intervista a Sara Gioielli
Partiamo dalle Targhe Tenco 2026, un riconoscimento importante per il tuo album d’esordio, Gioielli Neri, entrato nella cinquina finalista nella categoria Migliore Opera Prima. Che cosa ha rappresentato per te questa esperienza, sia sul piano artistico sia su quello personale?
È stato un onore enorme, lo dico davvero dal profondo del cuore. Rientrare tra i finalisti era qualcosa che, in qualche modo, avevo sperato potesse accadere anche dopo aver pubblicato il disco. Non era un’aspettativa, nel senso di qualcosa su cui mi fossi fissata in maniera ossessiva, ma una speranza che avevo dentro. Per questo, quando è successo, è stato molto importante per me. Ricevere un riconoscimento del genere con il mio primo album è stata un’emozione grandissima, soprattutto perché Gioielli Neri è un progetto estremamente personale, nato da un’esigenza intima e lontano da formule pensate per essere immediatamente riconoscibili. Sapere che questo lavoro è arrivato anche a chi lo ha ascoltato e valutato da una prospettiva critica mi ha fatto molto piacere.
Sui social hai descritto l’ultima tappa del percorso di Gioielli Neri come la conclusione di un viaggio, ringraziando il pubblico per il sostegno e l’amore ricevuti. A quasi tre anni dalla scrittura delle canzoni, che rapporto hai oggi con questo album? E quanto è cambiata la persona che lo ha scritto rispetto a quella che lo porta adesso sul palco?
È passato un po’ di tempo da quando ho scritto queste canzoni: ormai sono quasi tre anni. Nel frattempo, naturalmente, una persona evolve, e oggi mi ritrovo a esplorare una visione dell’arte che sta cambiando insieme a me. Gioielli Neri, in particolare, mi ha dato tantissimo durante quest’ultimo anno. È stato il mio primo disco, la mia prima pubblicazione, e ricevere così tanto sostegno è stato qualcosa di molto significativo. Parlo sia delle persone che fanno parte della mia vita, sia di quelle che non conoscevo e che si sono avvicinate alla mia musica.
Questo percorso mi ha permesso di incontrare altri artisti e, sul piano personale, di continuare a esprimere e liberare emozioni che erano rimaste dentro le canzoni. Ho parlato di un cerchio che si chiude perché sento che qualcosa si è concluso anche dentro di me, a livello emotivo. Devo moltissimo a questo disco: mi sta facendo rifiorire e sta riportando alla luce parti di me che vorrei continuare a esprimere anche nella musica nuova. Non significa dimenticare quello che ho vissuto, ma riconoscere che quella fase ha avuto un senso, mi ha accompagnata e mi ha permesso di arrivare a un punto diverso del mio percorso.

In Gioielli Neri affronti temi delicati come la perdita, il dolore, la fragilità e la guarigione emotiva. Durante questo percorso hai scoperto che le tue canzoni potevano diventare uno spazio di riconoscimento anche per chi le ascolta? Che effetto ti ha fatto ricevere messaggi da persone che, pur non conoscendoti, si sono ritrovate nelle tue emozioni?
È stata una delle cose più belle e gratificanti. Tantissime persone mi hanno scritto, e questo mi ha colpita ed emozionata moltissimo. Quando ti esponi attraverso la musica e racconti sentimenti così delicati, in fondo stai condividendo una parte fragile di te. Non sai necessariamente come verrà accolta, né se qualcuno riuscirà a riconoscersi in quello che hai raccontato.
Perciò ritrovarmi a leggere i messaggi di persone che non conoscevo e che stavano attraversando un momento emotivo simile al mio è stato davvero importante. Sapere che il disco le aveva aiutate a sentirsi più vicine al proprio dolore, anziché sole dentro quell’esperienza, mi ha dato una grande gratificazione. È anche uno dei motivi per cui scrivo e faccio musica: credo profondamente nella possibilità di condividere le emozioni con gli altri e, in qualche modo, di aiutarli attraverso ciò che si racconta. Non penso che una canzone possa risolvere tutto, ma può offrire uno spazio in cui riconoscersi, sentirsi compresi e magari trovare le parole per qualcosa che si fatica a esprimere. Per me, questa è una delle funzioni più importanti della musica.
Il riconoscimento del pubblico e della critica sembra confermare la forza di un progetto personale, che non cerca necessariamente le formule più immediate. Quanto ti ha incoraggiata questa risposta a continuare a seguire la tua strada? E quanto è importante, per te, mantenere una coerenza con quello che senti, anche quando la tua scrittura comincia a cambiare?
Assolutamente sì, è una conferma importante, ma soprattutto perché sento che questa è la strada giusta per me. Quando si tratta di condividere la musica, scrivere e creare, conosco un solo modo: partire dalla mia vita, dai sentimenti e da quello che provo in momenti precisi, per poi trasformarli in qualcosa da condividere.
Quando ho scritto Gioielli Neri, avevo l’esigenza di esprimere determinate emozioni, e il disco è nato proprio da quella necessità. Oggi sto cambiando e, come dicevamo, sento che quel cerchio si è chiuso. Di conseguenza, ho bisogno di raccontare altro. Anche il mio modo di scrivere sta cambiando insieme alla persona che sono diventata, perché per me queste due dimensioni sono strettamente collegate.
Non potrei continuare a scrivere esattamente come facevo allora soltanto perché quel linguaggio ha funzionato o perché le persone lo hanno apprezzato. Sarebbe poco autentico. Credo che la coerenza non consista nel rimanere sempre uguali, ma nel continuare ad ascoltarsi e a dare forma a ciò che si sente davvero. Se cambiano le emozioni e il modo di guardare il mondo, è naturale che cambi anche la musica.
Nella tua voce convivono una preparazione tecnica molto solida, maturata attraverso gli studi e la formazione classica, e una notevole libertà espressiva. Come hai imparato a mettere la tecnica al servizio dell’emozione, evitando che il virtuosismo diventi fine a sé stesso?
È una bellissima domanda. Credo che tutto sia diventato più spontaneo quando ho capito che la tecnica e lo studio sono strumenti che mi permettono di esprimere una determinata emozione o sensazione, soprattutto quando riesco a farli combaciare con le parole. Per me è fondamentale dare un peso a ogni parola che canto. Anche Maria Callas parlava dell’importanza di pronunciare una parola mentre si canta e di credere davvero nella sua capacità espressiva.
Non si tratta di dimostrare alle persone di essere brava a cantare, ma di prendere quello che ho studiato e metterlo al servizio dell’emozione e del significato delle parole, affinché arrivino in maniera più intensa a chi ascolta. La tecnica dovrebbe aiutare a comunicare, non mettersi in primo piano.
Sono molto legata anche al concetto di dinamica, perché attraverso le diverse intensità si possono trovare tantissime sfumature. Una voce non deve necessariamente esprimere tutto con la stessa forza: può crescere, ritirarsi, lasciare spazio, respirare. Queste variazioni permettono a chi ascolta di ricevere l’emozione in maniera più sincera e personale. È anche per questo che ho cercato di costruire il disco mettendo al primo posto la sensazione e l’espressione, senza rinunciare alla tecnica, ma utilizzandola proprio per dare loro maggiore profondità.
In Dove sei? il pianoforte e la voce raccontano un dolore che si consuma insieme ai ricordi, mentre in Che gelosia il mare il suono delle onde entra direttamente nella registrazione. Quanto contano per te l’ambiente, lo spazio e la materia sonora nella costruzione del racconto emotivo di una canzone?
Contano tantissimo, soprattutto in un disco minimalista come Gioielli Neri. Lo spazio e il modo in cui risuonano la voce e il pianoforte hanno un ruolo ben preciso. Nella narrazione dell’album era importante rafforzare la connessione tra questi elementi e l’ambiente, non soltanto per una questione tecnica, ma anche per una ragione profondamente emotiva.
Che gelosia il mare, per esempio, l’ho registrata vicino a casa mia, a Pozzuoli, in via Napoli. In quel contesto la mia esecuzione è stata completamente libera dal punto di vista emotivo. Cantare davanti al mare è diverso dal cantare in uno studio: cambia il modo in cui ti senti, cambia il rapporto con quello che stai raccontando. Io cercavo proprio quella sensazione, perché volevo che la musica e il luogo in cui mi trovavo entrassero in relazione con le parole che avevo scritto.
Per me era importante portare dentro il brano tutto quel mondo, con le emozioni che lo accompagnavano. Il mare non è soltanto un elemento sonoro aggiunto alla registrazione: in quel momento faceva parte della mia esperienza e del mio modo di interpretare la canzone. Credo che, in un progetto così essenziale, ogni suono e ogni silenzio possano contribuire in modo decisivo alla narrazione.
Un altro momento particolarmente significativo dell’album è Anche di giorno, nel quale hai coinvolto dodici voci del coro del Teatro San Carlo di Napoli, diretto da Stefania Rinaldi. Quanto desideravi ritrovare le tue radici musicali in un progetto così personale? E che cosa rappresentano oggi per te il San Carlo e la persona che ti ha accompagnata durante quella formazione?
È stato fondamentale, davvero. Coinvolgere il coro era un desiderio che avevo da tanto tempo, perché il Teatro San Carlo e le Voci Bianche sono stati un punto centrale del mio percorso, sia artistico sia personale.
Stefania Rinaldi, che dirige il coro, è stata ed è ancora una fonte d’ispirazione per me. La considero la mia mamma musicale: ci conosciamo da quando avevo sette anni, quando sono entrata molto presto in quella realtà. È stato un percorso ricchissimo di emozioni e di arte, ma anche di studio, che mi ha insegnato molto sul senso della disciplina.
La cosa bella è che questa disciplina è arrivata in un ambiente che mi ha permesso di viverla con leggerezza. Entrare a far parte di una realtà importante quando si è bambini non significa necessariamente riuscire a sostenerne il peso nel tempo. Nel mio caso, però, non ricordo un momento in cui abbia sentito quel percorso come qualcosa che mi facesse stare male o che non volessi più fare. È stata un’esperienza bellissima e intensa, che mi ha fatto crescere moltissimo.
Sono state fondamentali anche le mie amiche storiche, che hanno condiviso con me quegli anni, e naturalmente Stefania. Ritrovarmi a lavorare con loro in Anche di giorno ha significato riportare dentro la mia musica una parte essenziale della mia storia. Non era soltanto un richiamo alle origini, ma il desiderio di dare una forma nuova a un legame che continua a essere vivo.
Tra i brani di Gioielli Neri hai scelto di soffermarti su Aspettami altrove, una canzone dalla struttura articolata, che sembra svilupparsi come una piccola suite. Al centro c’è anche una riflessione sul tempo, sul confronto con quello degli altri e sulla necessità di rispettare il proprio ritmo. Come è nata questa canzone e perché è così importante per te?
Ho sempre immaginato Aspettami altrove come una piccola suite. È un brano a cui tengo molto, anche perché affronta il tema del tempo e del modo in cui lo vivevo allora. Mi interrogavo spesso su quanto tempo avessi a disposizione e, in un certo senso, mi mettevo addosso una pressione legata alla sensazione di dover fare determinate cose entro un momento preciso.
Ripensandoci oggi, mi domando perché mi ponessi certi problemi così giovane, ma riconosco anche che quelle domande erano legittime. Sono interrogativi che, prima o poi, tutti ci troviamo ad affrontare. A un certo punto ho capito che il mio tempo è il mio tempo, e non è quello di un’altra persona. Non voglio più vivere come se dovessi correre una gara contro il tempo degli altri. Ho il mio ritmo, e va bene così: è giusto che sia così.
Anche la parte finale del brano porta con sé un messaggio di speranza e di rivendicazione personale. È come ricordarsi che, anche quando attraversiamo momenti difficili e abbiamo la sensazione di non avere più tempo per fare qualcosa, dentro di noi esiste una luce che possiamo continuare a tenere accesa. Questo non significa negare i momenti bui, ma accettare che facciano parte del percorso senza permettere loro di definire tutto il resto.
Il mio motto è «vai sempre». Per me significa continuare ad andare avanti, rispettando anche le fasi in cui non ci sentiamo al massimo e in cui sembra che tutto sia fermo. Aspettami altrove racchiude molto di questo pensiero, ed è una delle ragioni per cui è un brano a cui sono particolarmente legata.
Ora che il viaggio di Gioielli Neri si sta concludendo, che cosa succede sul piano creativo? Hai raccontato di aver ricominciato a scrivere e di esserti accorta che il tuo linguaggio sta cambiando in maniera naturale. Che cosa stai scoprendo di te attraverso queste nuove canzoni?
Sto scrivendo molto, esplorando e facendo ricerca. Mi sto accorgendo che il mio modo di scrivere sta cambiando in maniera naturale, e questa cosa mi ha sorpresa. Per un momento sono riuscita quasi a visualizzare concretamente il cambiamento. Gioielli Neri era nato in modo estremamente spontaneo, quasi come se avessi avuto la necessità di tirare fuori tutto quello che avevo dentro. Ero nella mia camera, con la voce e il pianoforte, e le canzoni sono venute fuori così, in maniera molto istintiva.
Adesso sto tornando a scrivere in una modalità per certi versi simile, ma mi sono resa conto che le cose che scrivo sono diverse. È cambiato qualcosa dopo che quel cerchio si è chiuso e quelle emozioni hanno trovato una loro forma. All’inizio questa consapevolezza mi ha fatto un po’ strano: mi sono chiesta che cosa sarebbe successo da quel momento in poi, quasi come se dovessi imparare di nuovo a riconoscermi nella mia scrittura.
Poi ho capito che anche questo fa parte del lavoro che devo fare con me stessa: accettare che siamo persone che evolvono e cambiano. Quello che viene da dentro di noi, ma anche quello che arriva dall’esterno, può essere vissuto come un dono. Dobbiamo imparare ad accoglierlo senza pretendere di rimanere sempre nella stessa forma.
In questo momento mi sto avvicinando ancora di più al mio lato pop e sono contenta di esplorarlo. Non vedo l’ora di pubblicare nuova musica, soprattutto musica che sento bella per me, perché nasce da quello che sono adesso e da ciò che ho voglia di raccontare.
In Gioielli Neri questa componente pop era già presente, in particolare in Chimera, uno dei brani che si muovono maggiormente in quella direzione. Hai raccontato che la canzone risale addirittura a un periodo precedente al 2022 e che una sua prima produzione, realizzata da te, potrebbe averti dato l’intuizione decisiva. Quanto è importante, per te, mantenere aperta la possibilità di sperimentare anche sul piano della produzione?
Chimera è sicuramente uno dei brani più pop del disco. È anche una delle prime canzoni che ho scritto: credo risalga al 2020 o al 2021, anche se non ricordo con precisione. L’avevo conservata sul vecchio computer e, quando ho trasferito i file sull’hard disk, mi è capitato di riascoltarla.
Quella canzone aveva già una produzione realizzata da me, con un beat e delle batterie. Riascoltandola, ho pensato che forse fosse proprio il brano capace di accendermi una lampadina: mi sono resa conto che funzionava bene anche con quel tipo di sonorità e che poteva esserci una strada da esplorare.
In qualche modo, da lì è partita un’intuizione. È stato interessante ritrovare una canzone scritta tempo prima e scoprire che conteneva già qualcosa che avrei potuto sviluppare in seguito. Anche per questo sono contenta di avvicinarmi sempre di più al mio lato pop: è una parte di me che esiste già, ma che adesso sento il desiderio di conoscere meglio e portare avanti attraverso le nuove canzoni.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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