Piero Pelù premiato da Amnesty per “S.O.S.”. Nell’intervista al Quotidiano Nazionale parla di Gaza, diritti umani, giovani e ripudio della guerra.
Piero Pelù riceve il premio di Amnesty International Italia per “S.O.S.”, riconosciuta come migliore canzone sui diritti umani nella sezione Big. Il brano, dedicato soprattutto ai bambini palestinesi e alla tragedia di Gaza, è al centro dell’intervista pubblicata dal Quotidiano Nazionale, nella quale il rocker fiorentino riflette sul ruolo della musica, sul ripudio della guerra e sulla necessità di difendere i diritti fondamentali.
Il riconoscimento, promosso da Amnesty International Italia insieme all’associazione Voci per la Libertà, premia una canzone che invita a non distogliere lo sguardo dalle vittime dei conflitti. Pelù ha ritirato il premio a Firenze, nella sede dell’Anpi, definendolo un motivo di orgoglio e, soprattutto, un nuovo stimolo a proseguire il proprio impegno civile.
«Far parte di questa grande famiglia che difende i diritti civili, i diritti umani e che non spegne mai i riflettori sulle vite che vengono calpestate sempre di più, è oggi più che mai un grande piacere, ma anche un rinnovato impegno per il futuro», ha dichiarato il cantante al Quotidiano Nazionale.
“S.O.S.” di Piero Pelù, un grido per i bambini palestinesi
Nata per richiamare l’attenzione sulla situazione in Palestina, S.O.S. è un appello contro l’indifferenza e l’assuefazione alle notizie quotidiane di morte e distruzione. Pelù ha spiegato che l’idea del brano covava da tempo e che il suo intento era invitare le persone a mantenere alta l’attenzione su quanto sta accadendo a Gaza.
«La canzone S.O.S. è un grido di disperazione e un invito a tenere sempre gli occhi aperti», ha raccontato nell’intervista. Il musicista sottolinea anche che le difficoltà economiche e sociali presenti in Italia non devono trasformarsi in una ragione per ignorare le sofferenze altrui: «L’empatia rimane un punto chiave fondamentale per rimanere umani».
Il brano è stato reso disponibile gratuitamente sul sito ufficiale dell’artista, senza passare dalle piattaforme digitali. Una scelta coerente con il desiderio di raggiungere direttamente il pubblico e far circolare un messaggio che, nelle intenzioni del cantautore, dovrebbe diventare sempre più condiviso.
A spiegare il valore del riconoscimento è stato anche Riccardo Noury, portavoce e direttore della comunicazione di Amnesty International Italia. La canzone, ha sottolineato, richiama l’urgenza di parlare della Palestina al presente: una richiesta di aiuto, ma anche un messaggio di speranza per il futuro. Il brano è stato scelto da una giuria composta da oltre 40 persone, tra cui giornalisti ed esperti musicali.
Il nonno nella Prima guerra mondiale e il rifiuto della violenza
Nell’intervista al Quotidiano Nazionale, Piero Pelù ha ricondotto il proprio interesse per i diritti umani a una storia familiare. A influenzarlo è stato il nonno, uno dei ragazzi del ’99, mandato al fronte a soli 18 anni durante la Prima guerra mondiale e segnato profondamente dall’esperienza della trincea.
«I suoi racconti sull’orrore della guerra mi hanno orientato fin da piccolo verso il ripudio della guerra, delle armi, il rifiuto della violenza e il rispetto delle attitudini umane», ha spiegato.
Una sensibilità che attraversa anche la storia musicale di Pelù e dei Litfiba. Il cantante ricorda in particolare la trilogia di album dedicati alle vittime del potere, ai diritti civili e ai diritti umani, lavori che, a distanza di quarant’anni, considera ancora attuali. Proprio a quei dischi è stato dedicato il tour dell’estate 2026, accolto con entusiasmo da un pubblico trasversale per età e generazioni.
Per Pelù, la musica conserva la capacità di sensibilizzare e aiutare le persone a leggere la realtà con maggiore consapevolezza. «Può sensibilizzare le persone attraverso alcune parole chiave che stimolano ad affrontare la realtà che ci circonda in maniera più lucida e positiva», ha affermato.
Piero Pelù sui giovani e i decreti sicurezza: «Vanno ascoltati, non repressi»
Un altro tema centrale dell’intervista riguarda le proteste giovanili e il rapporto tra le nuove generazioni e le istituzioni. Pelù invita a evitare generalizzazioni e a prendere sul serio le richieste dei ragazzi, che spesso chiedono la possibilità di studiare, di vivere pienamente il proprio tempo e di sentirsi parte della società.
«Se i giovani hanno qualcosa da dire vanno ascoltati e non repressi», ha dichiarato. E sulla risposta politica alle tensioni sociali ha aggiunto: «Andare avanti a botte di decreti di sicurezza non risolverà nessun problema, anzi farà aumentare le divisioni».
Secondo il rocker, la difficoltà di comunicazione nasce anche dalla sensazione, avvertita dai giovani, di non essere ascoltati. Da qui l’importanza di mantenere aperto il dialogo, senza alimentare contrapposizioni. Un impegno che Pelù cerca di portare avanti attraverso la musica, le interviste e gli incontri pubblici, richiamando l’attenzione sulle violazioni dei diritti umani in diverse aree del mondo, dall’Ucraina al Sudan fino alla Palestina.
«La connessione umana è quella che fa la differenza»
Nonostante il quadro internazionale e le preoccupazioni per il futuro, Piero Pelù rivendica la necessità di non abbandonare la speranza. Quando ha scritto S.O.S., ha raccontato, non immaginava che la situazione potesse degenerare fino a questo punto. Eppure, proprio davanti alle crisi, considera fondamentale continuare a credere nella possibilità di un cambiamento.
«Noi abbiamo comunque il dovere di essere ottimisti», ha dichiarato al Quotidiano Nazionale, invitando a guardare alle possibilità offerte dalla partecipazione democratica, dalle manifestazioni e dal voto.
Il messaggio conclusivo è un invito a restare vigili e uniti, senza confondere la connessione digitale con quella autentica tra le persone: «Rimanere connessi umanamente tra di noi, perché la connessione umana è quella che fa la differenza».
Il premio di Amnesty International a S.O.S. riconosce così non soltanto il valore di una canzone, ma anche la continuità di un percorso artistico nel quale musica e impegno civile procedono insieme. Per Pelù, tenere accesi i riflettori sulle ingiustizie significa continuare a dare voce a chi rischia di non essere ascoltato.

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