Syria

Intervista a Syria che, dopo aver interrotto un silenzio discografico durato quasi dieci anni, ha pubblicato Speranza con Inoki e La storia più bella.

Il nuovo brano celebra l’amore, l’appartenenza e la forza dei legami che resistono al tempo. A trent’anni dal suo debutto, una delle voci più riconoscibili della musica italiana torna con una rinnovata consapevolezza, frutto di un lungo percorso umano e professionale.

Nel corso di questi anni, l’artista non ha mai smesso di fare musica, dedicandosi al teatro, ai progetti speciali e soprattutto alla famiglia, osservando da vicino l’evoluzione della scena musicale e lasciando maturare naturalmente il desiderio di tornare a pubblicare canzoni.

La storia più bella rappresenta una dichiarazione luminosa e sincera: un inno all’amore nelle sue forme più autentiche, dai rapporti di coppia ai legami familiari, fino alle amicizie che accompagnano una vita intera. Un brano che nasce dalla semplicità delle emozioni quotidiane e che riflette perfettamente la fase artistica attuale di Syria, sempre più orientata verso la ricerca della verità nei testi e nell’interpretazione.

L’artista racconta il significato del nuovo singolo, il valore del tempo trascorso lontano dalle pubblicazioni discografiche, il rapporto con la critica, l’importanza della famiglia e la volontà di costruire un nuovo progetto musicale che culminerà presto in un album.

Intervista a Syria, il nuovo singolo “La storia più bella”

Dopo quasi dieci anni di silenzio discografico, cosa rappresenta La storia più bella nel tuo percorso artistico?

Rappresenta un ritorno che aspettavo da tempo. Dopo il ventennale della carriera, oggi mi ritrovo a celebrare il trentennale e sentivo il desiderio di tornare a esprimermi attraverso la musica. Quando ho ascoltato La storia più bella per la prima volta, ho percepito immediatamente una connessione profonda con la mia vita privata e con tutto ciò che considero importante.

È una canzone che nasce dall’entusiasmo che provo nei confronti dei miei affetti, della mia famiglia e delle persone che fanno parte della mia quotidianità da molti anni. In fondo è una celebrazione di tutto ciò che di bello ho costruito: trent’anni di musica, venticinque anni di matrimonio, il rapporto con i miei figli e con chi continua a condividere il cammino accanto a me.

Il brano arriva a una certezza luminosa e positiva in un periodo storico spesso dominato da inquietudini e difficoltà. Quanto è importante oggi raccontare anche la felicità?

Credo sia fondamentale. Ogni generazione vive momenti storici complessi e spesso ci troviamo circondati da situazioni che rischiano di appesantire il nostro sguardo sul mondo. Per questo penso che la musica possa anche avere il compito di alleggerire, di offrire uno spazio di respiro.

Con La storia più bella ho voluto ricordare che esistono anche le cose belle, quelle che meritano di essere celebrate. Non si tratta di ignorare le difficoltà, ma di concedersi la possibilità di guardare anche a ciò che ci rende felici e che dà significato alle nostre vite.

Dopo il forte messaggio sociale di Speranza con Inoki, qual è il filo conduttore che lega i tuoi nuovi brani?

Probabilmente nessuno. O forse il mio filo conduttore è proprio l’incoerenza. Mi piace passare da un tema all’altro senza sentirmi obbligata a seguire una linea prestabilita.

Con Speranza affrontavo una riflessione più sociale, mentre La storia più bella è una dichiarazione d’amore e di gratitudine verso la vita. Quello che accomuna le due canzoni è la sincerità. Cerco di utilizzare parole semplici, esperienze che appartengono a tutti, perché credo che sia proprio nella semplicità che le persone possano riconoscersi davvero.

Nel testo ritorna spesso l’immagine del ballare insieme. Che significato ha per te?

È una metafora della condivisione. Ballare insieme significa attraversare la vita insieme, viverne le sfumature, i cambiamenti, le gioie e le difficoltà.

Se penso alla mia storia con mio marito Pier Paolo, la prima immagine che mi viene in mente è proprio quella di due persone che hanno ballato insieme per tanti anni, divertendosi, crescendo e affrontando tutto con continuità. Ma quel “noi” non riguarda soltanto lui: riguarda i miei figli, gli amici storici, tutte le persone che hanno contribuito a rendere la mia vita quella che è oggi.

Come hai vissuto questi anni lontana dalle pubblicazioni discografiche?

Non è stata una scelta drastica o programmata. La vita semplicemente mi ha portato altrove. Ho dedicato molto tempo ai miei figli, soprattutto a Romeo, che è arrivato in un momento importante della mia vita.

Parallelamente ho continuato a lavorare: il teatro, i progetti speciali, i tributi artistici. Non sono mai stata lontana dalla musica, anzi. Ho continuato ad ascoltarla, a frequentare concerti e festival, a osservare ciò che accadeva intorno a me.

È stato un periodo in cui ho scelto di accogliere ciò che la vita mi offriva senza forzare le cose.

Hai raccontato di esserti sentita a volte “inopportuna”. Cosa intendi?

Ci sono stati momenti in cui avevo la sensazione che certe porte non si aprissero e che alcune possibilità non trovassero una reale concretezza. In quei casi ho preferito non insistere.

Se una scintilla non si accende, non ha senso forzarla. Ho preferito utilizzare quel tempo per fare altro, per coltivare la mia curiosità e vivere nuove esperienze. Non mi sono mai fermata davvero, semplicemente ho scelto altre strade in attesa che arrivasse il momento giusto per tornare.

Oggi fai parte della realtà di Fluidostudio. Quanto è importante questa nuova famiglia artistica?

Molto. Con loro è nato un nuovo percorso che non si esaurisce nei due singoli già pubblicati. C’è un progetto più ampio che stiamo costruendo insieme e che porterà anche a un nuovo album.

La cosa più importante è aver trovato persone con cui condividere una visione e un modo di lavorare che sento profondamente mio.

C’è chi sostiene che la tua carriera sia stata sottovalutata dalla critica. Come vivi questo tipo di considerazioni?

Mi fa piacere sentire certi paragoni, soprattutto quando vengono accostati a figure come Nada, che considero un’artista straordinaria e una donna profondamente libera.

Nada ha sempre seguito il proprio percorso senza preoccuparsi troppo delle aspettative esterne, scegliendo con coerenza quando esporsi e quando invece ritirarsi. È una figura che ho sempre osservato con grande ammirazione e che rappresenta un modello importante di indipendenza artistica.

Hai lavorato con alcuni dei più grandi autori italiani. Oggi cosa cerchi in un autore?

Cerco verità. Continuo ad amare il ruolo dell’interprete e mi piace affidare ad altri la scrittura, ma oggi sento la necessità che ciò che canto sia davvero vicino al mio modo di vedere e raccontare la vita.

Non mi interessano formule preconfezionate. Ho bisogno di testi che parlino una lingua che sento mia, che siano autentici e coerenti con il mio vissuto. È una richiesta che negli anni è diventata sempre più importante.

E in un produttore?

Ho sempre avuto la fortuna di lavorare con produttori diversi, uno per ogni album, e questa è stata una grande ricchezza.

Oggi però mi interrogo su quale sia la strada migliore. Da un lato mi piace l’idea di avere una figura che garantisca un filo conduttore e una coerenza sonora; dall’altro il panorama musicale attuale è molto più frammentato e aperto alle contaminazioni.

È una riflessione ancora aperta. Sto lavorando a molti brani e sto cercando di capire quale direzione prendere per dare al nuovo progetto l’identità più forte possibile.

Possiamo aspettarci un nuovo album?

Assolutamente sì. È qualcosa a cui stiamo lavorando e che dovrebbe vedere la luce entro la fine dell’anno. Questo ritorno non è legato soltanto a due singoli, ma a un progetto molto più ampio che non vedo l’ora di condividere con il pubblico.

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