Aaron 2026

Intervista ad Aaron che, dopo un periodo di ricerca personale e artistica, ha pubblicato il nuovo album Abitare l’invisibile, prodotto da Le Ore.

Con Abitare l’invisibile, Aaron apre una nuova fase del suo percorso artistico e personale. Il disco nasce da un tempo di rallentamento, silenzio e ascolto interiore vissuto lontano dal rumore, nella tranquillità dell’Umbria, terra in cui è cresciuto e a cui continua a sentirsi profondamente legato. È proprio lì che il cantautore ha scelto di fermarsi per scrivere, mettere ordine nei pensieri e trasformare emozioni private in canzoni capaci di parlare a tutti.

Il risultato è il suo lavoro più autentico e consapevole: un album che attraversa fragilità, aspettative, paura della solitudine, bisogno di appartenenza e desiderio di rinascita. Tra sonorità intime e aperture più dinamiche, Abitare l’invisibile è un viaggio dentro ciò che spesso non si vede ma ci attraversa ogni giorno.

In questa intervista Aaron racconta la genesi del disco, il rapporto con la sua voce, il legame con le proprie radici e la necessità di smettere di rincorrere la perfezione per tornare semplicemente a essere sé stesso.

Intervista ad Aaron, il nuovo album “Abitare l’invisibile

“Abitare l’invisibile” segna il tuo ritorno discografico con un nuovo album. Che cosa rappresenta oggi per te questo progetto?

Rappresenta sicuramente un nuovo inizio. Mi viene da pensarlo proprio come Partire da zero, che non a caso è il brano che chiude il disco. Questo album arriva dopo un percorso di crescita molto forte, sia dal punto di vista artistico che personale. Negli ultimi anni ho sentito il bisogno di cambiare, di fermarmi e di guardarmi dentro con più sincerità.

Per questo Abitare l’invisibile è un disco molto denso: dentro ci sono domande, fragilità, consapevolezze nuove e anche tante cose che ho dovuto attraversare prima di riuscire a raccontarle davvero. È il lavoro in cui mi sento più esposto, ma anche più libero.


Per scrivere questo disco hai scelto di isolarti e di allontanarti dal rumore. Da dove nasce questa esigenza?

È nata soprattutto da una necessità mentale. La mia mente quando percepisce troppo rumore fatica a funzionare bene. Ha bisogno di ritmi più lenti, di silenzio, di tempo. Anche se poi, paradossalmente, dentro di me continuo ad andare velocissimo.

Quando tutto intorno corre troppo, io faccio fatica ad ascoltarmi. Avevo bisogno di togliere il rumore esterno per capire cosa stessi provando davvero. E in quel silenzio è nato questo disco.

Allo stesso tempo è stato importante restare vicino alle persone che amo. Avevo bisogno di vivere pienamente quell’affetto e sentirmi accompagnato in questo viaggio. Non era una fuga, ma una forma di ascolto.


In questo album si percepisce anche un ritorno alle origini, non solo personali ma musicali.

Sì, assolutamente. In modo molto naturale sono tornato a delle sonorità che sento profondamente mie. Nel disco c’è una componente pop-R&B ma anche qualcosa di più urban, che in fondo appartiene alle mie origini musicali.

Io arrivo dall’hip hop, da quel linguaggio, da quel modo di stare nella musica. Ritrovarlo oggi, con una consapevolezza diversa, è stato bello. Mi ha fatto sentire di nuovo connesso con il punto da cui ero partito.

Musicalmente l’album alterna momenti molto intimi ad altri più energici. Qual era la direzione sonora che volevi raggiungere?

È venuto tutto in modo molto spontaneo. Non c’è stata una costruzione forzata. Ogni canzone ha trovato quasi da sola il proprio vestito.

I brani più intimi avevano bisogno di una produzione più nuda, meno sintetica, più luminosa e naturale. Sentivo che certi testi chiedevano spazio, respiro, delicatezza.

Le canzoni più dinamiche invece avevano bisogno di battito, tensione, movimento. Di una spinta più fisica.

L’obiettivo era mantenere equilibrio tra questi due mondi senza perdere l’identità del disco. E credo che questo equilibrio sia arrivato in modo molto sincero.


Com’è nato il lavoro con Le Ore, che firmano la produzione del disco?

È nato da Un finale diverso. Da lì c’è stato subito un colpo di fulmine artistico.

Ricordo che andai in studio e mi dissero: “Abbiamo la canzone”. E io ero curioso ma anche un po’ incredulo. Poi l’ho ascoltata e ho capito subito che c’era qualcosa di forte. Da quel momento è nato tutto molto naturalmente.

Con loro mi sono trovato bene sia umanamente che professionalmente. Sono persone capaci di capire chi hai davanti, di rispettarti anche nelle fragilità e nei difetti, e musicalmente hanno una sensibilità molto forte. È stato fondamentale lavorare con qualcuno con cui sentirmi libero.


In questo disco anche il tuo approccio vocale sembra diverso: più naturale, più diretto, quasi più esposto. È stata una scelta precisa?

Sì, ed è stata una liberazione. Per tanti anni ho avuto un rapporto complicato con il mio timbro. Da piccolo mi dicevano spesso che avevo una voce molto fine, e questa cosa in qualche modo mi è rimasta addosso. Se riascolto i brani più vecchi mi accorgo che tendevo spesso a scurire la voce, quasi a modificarla.

In Abitare l’invisibile invece ho deciso di smettere di controllarla troppo. Mi sono lasciato andare. Mi sono lasciato esistere.

E probabilmente questa libertà si sente. La voce è più naturale, meno costruita, più vera. Credo sia il punto di maggiore consapevolezza vocale che abbia raggiunto finora.


“Occhi stanchi” affronta il tema della ricerca della perfezione. Quanto ti appartiene questo sentimento?

Tantissimo. È un brano che nasce proprio da lì. Sono sempre stato molto perfezionista, soprattutto nel lavoro. Per molto tempo ho inseguito un’idea di perfezione quasi impossibile da raggiungere. Cercavo continuamente il modo giusto di essere, di fare, di dire. Poi ho capito che questa rincorsa mi stava logorando.

Anche perché qualunque cosa fai ci sarà sempre qualcuno pronto a giudicarla o a metterla in discussione.

A un certo punto ho sentito il bisogno di fermarmi e lasciare andare quella ricerca disperata della perfezione. Oggi sto imparando a convivere con l’imperfezione e a lasciarmi vivere di più. A fare spazio semplicemente a Edoardo.


Nell’album emerge anche un forte senso di smarrimento generazionale. Da dove nasce questa riflessione?

Credo nasca dal modo in cui viviamo oggi. Spesso abbiamo la sensazione di dover essere continuamente qualcosa per qualcun altro. Di dover rispondere a standard, aspettative, immagini costruite dall’esterno. Come se nessuno ci volesse davvero per quello che siamo, ma sempre per come pensa che dovremmo essere. Questo porta inevitabilmente ad allontanarsi da sé stessi.

Secondo me oggi il vero lavoro è imparare a guardarsi bene dentro, studiarsi, capire cosa ci fa stare bene davvero e quale sia la nostra idea personale di successo. Solo così possiamo vivere davvero nel modo più giusto per noi.


In “Urlare” racconti che esiste sempre qualcuno disposto ad ascoltarci davvero. Quanto c’entra il rapporto con il tuo pubblico?

C’entra tantissimo. Il mio pubblico per me è un abbraccio molto forte. Mi fa sentire capito e allo stesso tempo mi permette di capire tante cose anche degli altri. La cosa che mi colpisce di più è che ognuno vive esperienze completamente diverse, ma riesce comunque a ritrovarsi nelle canzoni.

E poi sento che ascoltano davvero. Non si fermano alla melodia o al suono. Entrano nei testi, ci tornano sopra, li osservano con attenzione. Per me questa è una cosa bellissima e rarissima.


“Radici” è uno dei brani centrali del disco. Cosa volevi raccontare?

Con Radici volevo raccontare il mio rapporto con il luogo da cui vengo e con il concetto di appartenenza. Spesso si pensa alla propria zona di comfort come a qualcosa da cui fuggire per forza, quasi fosse una gabbia. Io non la vivo così.

Le radici per me non sono un limite. Sono nutrimento. Sono ciò che ti sostiene mentre vai avanti. Ti danno una forma, un’identità, un’impronta da portare nel mondo. E poi è naturale ritornarci. Tornare al proprio guscio ogni tanto non significa fermarsi: significa ricaricarsi.


C’è un filo che lega “Radici” e “Poteva piovere”?

Sono canzoni nate vicine, anche emotivamente. Dentro entrambe c’è un rapporto forte con la natura, con l’ambiente che mi circonda, con una dimensione molto legata alle mie origini.

In Poteva piovere c’è anche il tema dell’autotutela, del proteggersi per non perdersi. Del custodire qualcosa di sé mentre si attraversano momenti complicati. Sono due brani che dialogano molto.


Se dovessi definire con una parola ciò che oggi ti rende più orgoglioso della tua musica, quale sarebbe?

La verità. La cosa che oggi mi rende più orgoglioso è sapere di essere vero in quello che faccio. Non voglio più avere paura di raccontare anche le cose che non sono andate bene, i momenti fragili, i dubbi, gli errori. Non mi interessa giudicarli: mi interessa esprimerli.

Voglio essere libero e onesto rispetto a quello che porto dentro. Ed è anche per questo che Abitare l’invisibile mi sembrava il titolo perfetto: perché è come se stessi aprendo la porta di casa mia — una casa mentale ed emotiva — e invitando le persone a entrarci.


Il disco si chiude con “Partire da zero”, un brano molto intenso. Perché hai scelto proprio questa chiusura?

Perché chiude il cerchio ma allo stesso tempo ne apre subito un altro. Metterlo all’inizio sarebbe stato quasi troppo prevedibile. Alla fine invece assume un altro significato. È una conclusione che in realtà è già una ripartenza. Per me è un brano importantissimo perché lì dentro ci sono io in maniera molto diretta. Forse più che in qualsiasi altra canzone del disco. Parla del desiderio di ricominciare quando ti senti svuotato. Del bisogno di tornare a sentirti vivo.

E volevo che l’album finisse così: non con una fine definitiva, ma con una porta aperta verso quello che verrà dopo.

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