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Fabrizio Moro al Fabrique di Milano con il tour Non ho paura di niente Live 2026: 30 brani, momenti acustici, riflessioni sulla politica e un finale emozionante.

Ci sono artisti che sul palco cercano la perfezione e altri che, prima ancora, cercano un contatto autentico con chi li ascolta. Fabrizio Moro appartiene alla seconda categoria: oltre venticinque anni di carriera, canzoni diventate parte della memoria collettiva e un rapporto con il pubblico che continua a rappresentare una delle ragioni più profonde del suo stare in musica. Al Fabrique di Milano, con il tour Non ho paura di niente Live 2026, il cantautore romano torna a confrontarsi con la dimensione dei club, dopo un’estate di concerti e i due appuntamenti nei palasport di Roma e Milano dello scorso anno.

La serata si sviluppa attraverso una scaletta di trenta brani, tra rock, canzone d’autore, parentesi acustiche e successi che attraversano epoche diverse della sua discografia. Ma ridurre il concerto a una successione di canzoni sarebbe limitante: a raccontare Fabrizio Moro sono anche le parole che sceglie di pronunciare tra un brano e l’altro, le contraddizioni che non nasconde e quella capacità di mettersi in gioco senza costruirsi addosso un personaggio.

Ad aprire la serata è Matsby, nome d’arte di Matteo, giovane artista genovese che presenta alcuni brani del suo album Fuori corso. Un’apertura che introduce il pubblico alla dimensione live della serata prima dell’arrivo del protagonista.

Fabrizio Moro, una scaletta che attraversa la sua storia

L’avvio è affidato a Un pezzettino, Simone spaccia e Tu. Poi arriva Figli di nessuno, uno dei primi momenti in cui emerge con particolare evidenza la componente più viscerale dell’interpretazione di Moro. La voce si fa aspra, quasi rabbiosa, e il brano assume il carattere di uno sfogo che trova nella dimensione dal vivo la propria naturale intensità.

Con Ognuno ha quel che si merita l’energia cresce ulteriormente. Una sezione rap più estesa conduce a una lunga coda strumentale, nella quale le due chitarre si prendono la scena con sonorità decisamente rock. È uno degli aspetti più convincenti dello spettacolo: la band non si limita ad accompagnare il cantautore, ma contribuisce a dare corpo alle canzoni, ampliandone la forza e valorizzandone le dinamiche.

È solo amore prosegue sulla stessa linea, con un’introduzione essenziale e un crescendo che esplode nel finale. Anche Casa mia trova una veste suggestiva grazie alle chitarre, che si intrecciano con un tappeto di tastiere prima dell’ingresso della voce. Il suono è pieno, avvolgente, costruito per alternare momenti di tensione e aperture melodiche.

Il Fabrique comincia a scaldarsi davvero con Alessandra sarà sempre più bella, trascinata da un andamento insieme ironico e drammatico. Il pubblico entra nel ritmo, mentre una sezione pianistica dal sapore rock’n’roll accentua il carattere del brano. È uno dei passaggi in cui la dimensione collettiva del concerto prende forma con maggiore immediatezza.

Prima di Melodia di giugno, Moro si sofferma sulla difficoltà di costruire una scaletta dopo tanti anni di carriera. Gli album, spiega, sono ormai molto diversi tra loro e scegliere cosa portare sul palco significa inevitabilmente lasciare fuori qualcosa. La sua, però, non è una discografia costruita su semplici riempitivi: ogni canzone appartiene a un momento preciso, conserva un significato e racconta una parte del suo percorso umano. La scelta di recuperare Melodia di giugno nasce proprio dal desiderio di tornare ai primi passi, riscoprendo le radici della propria storia musicale.

È una riflessione che restituisce un senso alla successione dei brani: accanto alle canzoni più conosciute convivono pezzi che continuano a essere importanti per chi li ha scritti, anche al di là dei risultati ottenuti.

Il set acustico: quando la musica si fa confessione

Dopo Non mi avete fatto niente e Superficiali, il concerto cambia atmosfera. Le luci si abbassano, il palco si fa più raccolto e il vino diventa quasi un piccolo rituale tra un brano e l’altro. Comincia così una parentesi acustica che comprende 21 anni, Il senso di ogni cosa, Eppure mi hai cambiato la vita e una versione ridotta di Sei tu.

Il cambio di passo è evidente. Se nella prima parte sono soprattutto il rock e la potenza della band a guidare lo spettacolo, qui a prevalere sono la voce, le parole e la relazione con il pubblico. Le canzoni d’amore diventano occasioni di riconoscimento personale: ognuno sembra ritrovare nei testi un frammento della propria storia, mentre la platea accompagna l’artista e trasforma molti ritornelli in un coro condiviso.

Anche le luci partecipano alla narrazione, passando da tonalità più scure a colori che sottolineano il carattere dei diversi brani. È una parentesi che non punta sull’effetto spettacolare, ma sulla vicinanza, sulla possibilità di ascoltare le canzoni in una dimensione più intima.

Il pubblico, del resto, rappresenta uno degli elementi centrali della serata. C’è chi segue Moro dagli inizi e chi ha incontrato la sua musica più recentemente, ma la differenza generazionale si dissolve quando partono i ritornelli. Le canzoni appartengono ormai a una memoria comune, fatta di amori, perdite, paure e occasioni di rinascita.

Fabrizio Moro e la politica: «Sono sempre i fatti che portano avanti la storia, non sono le parole»

Uno dei momenti più significativi del concerto arriva quando Moro interrompe per qualche minuto il flusso musicale per affrontare un tema che va oltre la sua produzione artistica: il rapporto tra le dichiarazioni pubbliche, la politica e la coerenza personale.

L’intervento nasce quasi per gioco, con il cantautore che scherza sulla possibilità di parlare di politica invece di continuare a suonare. Dal pubblico qualcuno invoca Barabba, la sua canzone satirica dedicata ai privilegi del potere. La battuta apre la strada a una riflessione più ampia sulla facilità con cui si può prendere posizione dal palco e sulla difficoltà di tradurre le proprie convinzioni in comportamenti concreti.

Moro parla della guerra, della politica italiana e della situazione in Palestina, chiamando in causa anche figure come Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il punto, però, non è limitarsi a elencare i bersagli della propria indignazione. Il cantautore invita piuttosto a interrogarsi su cosa accada dopo aver espresso il proprio dissenso e riconosce il valore dei giovani che scendono in piazza per manifestare pacificamente le proprie idee.

Il discorso diventa personale quando Moro ammette di vivere una condizione privilegiata: ha una bella casa, una bella macchina e una bella barca. Non vuole quindi presentarsi come qualcuno che possa impartire lezioni agli altri o indicare dall’alto quale sia il comportamento giusto. La sua posizione è più scomoda, ma anche più interessante: riconoscere che esiste una distanza possibile tra ciò che si dichiara e ciò che si è disposti a fare davvero.

Nel ragionamento entra anche Spotify, con un riferimento agli investimenti del suo vertice nell’intelligenza artificiale e alle implicazioni etiche delle scelte compiute dalle piattaforme. Moro mette in discussione la contraddizione di chi critica determinate decisioni ma continua a utilizzare gli stessi strumenti senza interrogarsi sulle conseguenze.

A questo proposito racconta di avere tenuto il suo ultimo album fuori dalle piattaforme digitali nelle prime due settimane dalla pubblicazione, rinunciando a una parte dei possibili ricavi iniziali. Successivamente ha dovuto renderlo disponibile anche per ragioni economiche: la musica è il suo lavoro e non sempre è possibile sostenere fino in fondo le proprie posizioni senza fare i conti con la realtà.

Non si propone, dunque, come un esempio impeccabile. Al contrario, riconosce le difficoltà e le contraddizioni che accompagnano certe scelte. Il senso del suo intervento si concentra in una frase che suona come una dichiarazione di principio: «Sono sempre i fatti che portano avanti la storia, non sono le parole».

È un passaggio che rispecchia il suo modo di stare sul palco: diretto, schietto, a tratti provocatorio, ma senza la pretesa di possedere risposte definitive. Dopo essersi soffermato su un tema tanto complesso, Moro si scusa con il pubblico e con i musicisti, ricordando che chi è lì ha pagato un biglietto per ascoltare le canzoni. Anche questo dettaglio contribuisce a rendere il momento credibile: il discorso non diventa un comizio, ma una parentesi che lascia spazio alla musica.

Da In un mondo di stronzi a Pensa: il rock incontra le grandi hit

Terminata la parentesi acustica, il concerto torna ad accelerare. Sangue nelle vene riporta la tensione sul palco, mentre Scatole prepara il terreno a una ripartenza più energica. Il dialogo tra batteria e basso introduce In un mondo di stronzi, che parte da una base funk per aprirsi progressivamente a sonorità più robuste.

La sequenza con Soluzioni, Sono come sono e Libero restituisce il volto più rock di Fabrizio Moro. La band accompagna il cantante con un suono compatto e potente, mentre le chitarre contribuiscono a mantenere alta l’intensità. È una parte dello spettacolo che mette in evidenza la continuità di una cifra stilistica riconoscibile, costruita sul confronto tra canzone d’autore, rabbia e immediatezza melodica.

Poi arrivano alcune delle canzoni più rappresentative della sua carriera. Pensa è introdotta da un assolo di chitarra che ne amplifica la carica emotiva. Il brano, legato alla memoria delle vittime della mafia e alla necessità di non dimenticare, conserva la capacità di richiamare immagini e ricordi personali. Per chi ascolta, non è soltanto una canzone: è anche una porta che si apre su un preciso momento della storia italiana.

Con Portami via il registro cambia ancora. La forza melodica del brano si intreccia con un raffinato accompagnamento chitarristico, mentre tra il pubblico la musica diventa colonna sonora di piccoli momenti di intimità. È uno degli aspetti più interessanti dei concerti di Moro: le sue canzoni possono avere un significato collettivo, ma continuano a vivere anche nelle esperienze private di chi le ascolta.

La prima parte dello spettacolo si chiude con Parole rumori e giorni, lasciando spazio a un ultimo intervento del cantautore.

Il rapporto con il pubblico e il finale con Pace

Prima dei bis, Moro torna a parlare di sé. Racconta di avere avuto una bronchite e di avere terminato gli antibiotici soltanto due giorni prima del concerto. Si sente ancora debole, fisicamente e spiritualmente, ma spiega che il contatto con il pubblico gli restituisce una forza inattesa.

Nel suo racconto entra anche la paternità. Prima della nascita del figlio, confessa, viveva con una forte paura della morte, legata anche alla propria ipocondria. Diventare padre ha cambiato il suo modo di guardare a quella paura, dandogli una diversa percezione della responsabilità e della capacità di resistere alle difficoltà.

È un momento personale, lontano dalle dichiarazioni più polemiche di poco prima. Moro osserva i volti davanti a sé, riconosce chi lo segue da molti anni e ringrazia chi continua a tornare ai suoi concerti. In un club, dove la distanza tra palco e platea è ridotta, questo scambio assume un peso particolare. L’artista non si limita a ricevere applausi: sembra trovare nella presenza delle persone una conferma delle ragioni per cui ha cominciato a scrivere canzoni.

Poco dopo le 23 termina la parte principale dello spettacolo. Una parte del pubblico comincia a dirigersi verso l’uscita, mentre altri spettatori intonano «Se non canti l’ultima, noi non ce ne andiamo», chiedendo a Moro di tornare sul palco. Il richiamo viene raccolto e il concerto prosegue con i bis: Non ho paura di niente, Tutto quello che volevi e Pace.

La scelta di chiudere con Pace ha il sapore di una conclusione coerente con i temi attraversati durante la serata. Dopo la rabbia, le domande, le contraddizioni e le confessioni personali, resta il desiderio di trovare un punto di equilibrio, senza fingere che sia semplice raggiungerlo.

Un concerto autentico, ma non sempre esplosivo

Il Fabrique di Milano restituisce l’immagine di un Fabrizio Moro fedele alla propria identità: un cantautore che alterna il rock alla dimensione più intima della canzone d’autore, che non teme di affrontare argomenti scomodi e che trova nel rapporto diretto con il pubblico una parte fondamentale della propria espressione artistica.

La scaletta è ricca, attraversa momenti diversi della sua carriera e alterna brani energici a parentesi acustiche ben riconoscibili. La band sostiene lo spettacolo con un suono potente, le chitarre trovano spazio nelle code strumentali e le canzoni più conosciute continuano a dimostrare la loro capacità di coinvolgere generazioni differenti.

Il valore della serata sta soprattutto nell’umanità che emerge dietro le canzoni. Moro non costruisce un personaggio impeccabile: parla delle proprie contraddizioni, riconosce i limiti delle sue scelte e si concede momenti di vulnerabilità. È questa sincerità, più ancora della potenza vocale o del volume del suono, a rendere il concerto interessante.

Resta tuttavia la sensazione che lo spettacolo non riesca sempre a raggiungere quella scintilla capace di trasformare un concerto solido in un’esperienza davvero travolgente. L’energia non manca, così come non mancano i momenti emotivamente intensi, ma alcune parti sembrano procedere senza arrivare a un’esplosione definitiva. È un’imperfezione che non cancella il valore della serata, ma ne definisce i contorni.

Fabrizio Moro al Fabrique convince soprattutto quando lascia parlare le canzoni e quando si mette a nudo davanti al pubblico. Tra rock, memoria, impegno e confessioni, Non ho paura di niente Live 2026 si conferma un appuntamento capace di raccontare non soltanto una carriera, ma anche le domande e le fragilità dell’uomo che quelle canzoni continua a portare sul palco.

Fabrizio Moro al Fabrique di Milano: la scaletta completa

  1. Un pezzettino
  2. Simone spaccia
  3. Tu
  4. Figli di nessuno
  5. Ognuno ha quel che si merita
  6. È solo amore
  7. Casa mia
  8. L’eternità
  9. Il sole
  10. Alessandra sarà sempre più bella
  11. Melodia di giugno
  12. Non mi avete fatto niente
  13. Superficiali
  14. 21 anni (unplugged)
  15. Il senso di ogni cosa (unplugged)
  16. Eppure mi hai cambiato la vita (unplugged)
  17. Sei tu (versione ridotta, unplugged)
  18. Sangue nelle vene (unplugged)
  19. Scatole
  20. Solo drums & nasa
  21. In un mondo di stronzi
  22. Soluzioni
  23. Sono come sono
  24. Libero
  25. Pensa
  26. Portami via
  27. Parole rumori e giorni

Bis

  1. Non ho paura di niente
  2. Tutto quello che volevi
  3. Pace

Qui il calendario del tour e Qui il link per l’acquisto dei biglietti.

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