Intervista a Jungle Julia, che il 26 giugno ha pubblicato “ORA NONA”, la terza combo di brani inediti della cantautrice toscana.
“ORA NONA” contiene i due brani inediti “Todo Modo” (disponibile da venerdì per la programmazione radiofonica) e “Le Formiche”.
Jungle Julia, cantautrice toscana dalla scrittura viscerale e stratificata, ha costruito il proprio immaginario artistico attraverso un linguaggio che mette in dialogo spiritualità, esperienza quotidiana, riflessione sociale e ricerca identitaria. Un percorso che affonda le radici nella Maremma, nella vita comunitaria, nella letteratura e nella canzone d’autore, ma che guarda costantemente oltre i confini geografici e culturali.
Dopo “Vespro“, dedicato all’abbandono e alla discesa interiore, e “Lode”, sospeso tra sogno e risveglio, Jungle Julia completa il suo percorso discografico con “Ora Nona”, il terzo capitolo di un racconto che si sviluppa come una giornata simbolica e spirituale. Un progetto che non segue una narrazione lineare ma che attraversa stati dell’essere, trasformazioni e domande esistenziali, lasciando all’ascoltatore lo spazio per riconoscersi e interpretare.
Al centro di questo nuovo capitolo ci sono “Todo Modo” e “Le Formiche”, due brani complementari che osservano il viaggio da prospettive differenti: da una parte la ricerca individuale di appartenenza, radici e identità; dall’altra la riflessione collettiva su ciò che continua a unirci come esseri umani in un’epoca dominata dalla velocità e dalla frammentazione.
In questa intervista Jungle Julia racconta la genesi del progetto, il rapporto tra spiritualità e quotidianità, il significato del viaggio, l’esperienza vissuta durante il recente road trip in Messico e la sua visione della musica contemporanea. Ne emerge il ritratto di un’artista che non rincorre le logiche dell’immediatezza ma che continua a credere nella forza dell’ascolto profondo, nella complessità delle storie e nella capacità della musica di creare connessioni autentiche tra le persone.
Intervista a Jungle Julia, il nuovo progetto “Ora Nona”
“Ora Nona” chiude un percorso iniziato con “Vespro” e proseguito con “Lode”. Che bilancio fai di questi mesi?
Sono stati mesi molto intensi. Quando ci siamo sentiti la prima volta eravamo all’inizio di questo percorso, mentre oggi siamo arrivati alla conclusione di un trittico che per me rappresenta un unico racconto. “Vespro”, che prende il nome dalla preghiera della sera, era il momento dell’abbandono, dell’ingresso nella notte. Al suo interno c’erano “Carne” e “Demonio”, due brani che parlavano di una discesa interiore.
Con “Lode” arrivava invece il risveglio. È quel momento sospeso in cui non sai ancora distinguere perfettamente ciò che appartiene al sogno e ciò che appartiene alla realtà. In quel capitolo trovavano spazio “Al Buio” e “Il Sonno”.
“Ora Nona” rappresenta la conclusione di questo viaggio simbolico. È il momento del movimento, della trasformazione, del cammino. Con “Todo Modo” e “Le Formiche” non si arriva a una destinazione definitiva, ma si prende coscienza del percorso compiuto.
I riferimenti spirituali sono molto evidenti. Quanto c’è di religioso e quanto di umano in questa scansione del tempo?
Entrambe le componenti convivono profondamente. L’aspetto spirituale è presente, a volte in maniera esplicita, altre in modo più sottile. Fa parte della mia formazione e del mio modo di guardare il mondo. Allo stesso tempo c’è una dimensione estremamente umana. Credo di essermi raccontata con una sincerità totale in queste canzoni. Ho scelto di utilizzare termini legati alla tradizione religiosa per scandire i momenti della giornata perché è un linguaggio che mi appartiene e che sentivo vicino. Avrei potuto semplicemente indicare degli orari, ma quei nomi custodivano un immaginario più ricco e più significativo per il tipo di racconto che volevo costruire.
“Todo Modo” nasce durante un trasloco e riflette sul concetto di appartenenza. Oggi cosa significa per te sentirsi a casa?
È una domanda complessa. Mi sento profondamente legata alle mie radici, alla mia terra e alla mia storia. La Maremma continua a essere una parte importante di me, così come la mia famiglia. Essendo cresciuta in una famiglia numerosa, il senso di appartenenza è qualcosa che ho sempre vissuto in modo molto forte.
Negli anni, però, questa idea si è allargata. Vivere lontano da casa mi ha insegnato che esistono anche le radici che scegli. Penso spesso a quello che scriveva Michela Murgia sui legami di sangue e sui legami del cuore. Oggi sento di appartenere anche alle persone che incontro lungo il cammino, alle relazioni che costruisco giorno dopo giorno. In un certo senso mi sento appartenere a molti luoghi contemporaneamente.
Nel brano canti: “Sono viva solo in viaggio”. È una frase molto potente. Che significato ha per te?
Quando ho scritto quella canzone stavo cambiando casa a Roma. Avrei dovuto essere felice per quel nuovo inizio, ma dentro di me sentivo soprattutto il desiderio di partire ancora. In quel momento la casa era diventata quasi una gabbia. Non perché avesse qualcosa che non andava, ma perché sentivo il bisogno di confrontarmi con altre realtà, altre culture, altre persone. Ogni volta che entriamo in contatto con un mondo diverso scopriamo qualcosa di nuovo anche su noi stessi. Per questo il viaggio, per me, non è solo uno spostamento geografico ma una forma di conoscenza.
In questo senso il recente viaggio in Messico sembra dialogare perfettamente con la canzone.
Assolutamente sì. È stata una coincidenza straordinaria. Mentre stavo preparando l’uscita di questi brani, un mio caro amico viveva già da alcuni mesi in Messico. A quel punto ci siamo detti: perché non trasformare quel viaggio nei videoclip delle canzoni? Non volevamo costruire una finzione cinematografica. Volevamo semplicemente vivere e documentare ciò che accadeva. Certo, c’erano delle idee narrative di partenza, ma il materiale è nato soprattutto dalle esperienze reali che abbiamo vissuto durante il viaggio. È stato incredibile ritrovarmi a raccontare il viaggio nelle canzoni e poi poterlo vivere concretamente nello stesso momento.
“Le Formiche” invece allarga lo sguardo dalla dimensione individuale a quella collettiva. Alla fine hai trovato una risposta alla domanda che attraversa il brano: cosa ci unisce ancora come esseri umani?
Credo che ciò che ci unisce sia la capacità di empatizzare gli uni con gli altri. Può sembrare una risposta semplice, ma per me è qualcosa di enorme. Durante il viaggio in Messico ho percepito questa dimensione in maniera molto forte. Ho incontrato persone che avevano meno possibilità economiche di me e che, nonostante questo, sentivano il bisogno di condividere quel poco che avevano. C’era chi mi offriva un pasto, chi un posto dove dormire, chi qualche moneta dopo avermi sentita suonare per strada.
Questa disponibilità ad aiutarsi reciprocamente mi ha colpito profondamente. Mi ha ricordato che la solidarietà è ancora una delle forze più potenti che possediamo come esseri umani.
La tua scrittura richiede attenzione e tempo. Hai paura che l’ascolto veloce imposto dalle piattaforme possa penalizzare questo tipo di musica?
Penso che sia inevitabile che alcune sfumature si perdano in un ascolto superficiale. Ma non è necessariamente un problema. Le mie canzoni hanno bisogno di essere frequentate, di sedimentare. Non sono nate per essere consumate in pochi secondi. Certo, mi preoccupa la direzione che sta prendendo l’industria musicale. Oggi siamo costantemente immersi nei contenuti e spesso la musica viene utilizzata come sottofondo, come strumento, più che come esperienza da vivere.
Le piattaforme, le playlist e gli algoritmi influenzano moltissimo ciò che arriva alle persone. Questo può essere frustrante per chi prova a costruire un percorso artistico più articolato.
Eppure sembri mantenere una certa fiducia nel futuro della musica.
Sì, perché credo che la musica autentica continuerà a esistere indipendentemente dalle piattaforme. Mi piace immaginare che da qualche parte nel mondo ci sia sempre una sagra di paese, un piccolo festival, un gruppo di musicisti che si ritrova semplicemente per il piacere di suonare insieme. Credo che quella dimensione genuina non scomparirà mai.
Forse oggi siamo troppo concentrati sulle dinamiche dell’industria per accorgerci che esistono ancora moltissimi spazi dove la musica continua a vivere in maniera libera.
Anche dal punto di vista visivo il progetto è estremamente curato. Come avete costruito l’immaginario che accompagna i tre capitoli?
È stato fondamentale il lavoro di Pippo Moscati. Ha una sensibilità straordinaria per la composizione e per la geometria delle immagini. Abbiamo scelto di fotografare le copertine davanti a determinate chiese, utilizzando la luce naturale in momenti specifici della giornata. Volevamo che anche la componente visiva dialogasse con i temi spirituali e simbolici dei brani.
Molte delle scelte che abbiamo fatto non sono immediatamente visibili a un primo sguardo. Dietro ogni immagine c’è un lavoro enorme di ricerca e progettazione. Per me era importante che musica, fotografia, video e immaginario visivo raccontassero la stessa storia da prospettive diverse.
Guardando al futuro, dove ti piacerebbe essere tra un anno?
Mi piacerebbe tantissimo suonare in qualche festival internazionale. Il primo nome che viene in mente è il Primavera Sound, ma in generale sogno di portare questa musica in giro il più possibile. Vorrei continuare a viaggiare, a incontrare persone, a confrontarmi con culture diverse e soprattutto a suonare. Perché alla fine è lì che tutto prende davvero vita. Questa versione ha già il taglio da pubblicazione giornalistica/culturale, con risposte approfondite, ripulite dalle ripetizioni del parlato e pronte per essere impaginate su una testata musicale.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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