Mauro Ermanno Giovanardi

Intervista a Mauro Ermanno Giovanardi, che torna con nuova musica, pubblicando l’Ep “A tutti i costi“, anticipazione dell’album “E poi scegliere con cura le parole” e lo fa nel modo che più gli appartiene: senza scorciatoie, alzando l’asticella e rimettendosi in discussione come se fosse sempre il primo disco.

A più di sessant’anni, l’artista milanese attraversa un momento di grande intensità creativa, tra i primi brani che anticipano il nuovo album, le collaborazioni con alcuni dei più importanti autori italiani e il ritorno a teatro con Chelsea Hotel, spettacolo simbolo della sua carriera. I

A tutti i costi è un mini EP di 4 brani, tra cui il singolo Veloce, anticipa un viaggio pensato, soppesato e profondamente esistenzialista, ma attraversato da una leggerezza consapevole. Per l’album, “E poi scegliere con cura le parole” (Woodworm Label), dovremo attendere il 20 marzo. (L’album è preordinabile in CD e LP al link https://giovanardi.lnk.to/scegliereconcura).

Questa la tracklist.

1 Veloce (Giovanardi – Kaballà – Bitossi – Pastorino) 
2 Anni Zero (Bianconi – Kaballà) 
3 Per Cantare Più Forte (Giovanardi – Colapesce – Rescigno) 
4 Un Errore (Giovanardi – Cremonesi) 

Intervista a Mauro Ermanno Giovanardi, il nuovo Ep “A tutti i costi

Mauro, partiamo dall’attualità: sono usciti quattro brani che anticipano il tuo nuovo album. Una scelta non scontata, controcorrente.
Sì, è una scelta voluta. Era da tempo che non uscivo con un mio disco e sentivo il bisogno di arrivarci per gradi. A dicembre è uscito un singolo, Veloce, poi invece di pubblicarne un altro abbiamo deciso di fare qualcosa che oggi si vede poco: un EP, come si faceva negli anni Ottanta. Tre brani dal disco nuovo, una sorta di antipasto, per dare un’idea chiara del mondo che verrà.

Ascoltando questi pezzi mi colpisce un gran senso di libertà, sia compositiva che interpretativa.
È perché non so fare altro. Ogni disco che faccio deve piacere prima di tutto a me, devo sentirmi rappresentato. Ogni volta cerco di dimenticare tutto quello che ho fatto prima, come se fosse il primo disco, ma cercando sempre di alzare l’asticella. Questo è probabilmente il disco più pensato che io abbia mai realizzato.

Un lavoro lungo e complesso, anche per le vicende che lo hanno attraversato.
Sì, è stato un disco travagliatissimo. Ho iniziato nel 2019, poi è arrivato il Covid, poi il ritorno dei La Crus. Una settimana prima del lockdown stavamo lavorando in studio e il nostro fonico, Marco Tagliola, ci disse una cosa chiarissima: “Se non provate a fare un disco dei La Crus siete dei coglioni, perché c’è un’attesa enorme”. E aveva ragione.

Il ritorno dei La Crus ha avuto una risposta emotiva fortissima dal pubblico.
Incredibile. Ai concerti arrivavano ondate di affetto e amore. Messaggi, commenti, richieste continue di un nuovo disco. Così ho messo in stand-by il mio progetto, che era già a metà, e ci siamo dedicati completamente ai La Crus. Solo dopo aver chiuso quel capitolo ho ripreso in mano il mio disco, rielaborando anche brani già registrati.

Poi hai comunque voluto attendere.
Esatto. Quando Valerio Soave della Mescal ha ascoltato il disco mi ha detto: “È bellissimo, ma fallo sedimentare ancora un po’”. Aveva ragione. Abbiamo fatto uscire il disco dei La Crus, fatto un tour emozionante, e solo dopo mi sono sentito pronto. Anche perché molti amici e colleghi mi dicevano: “Forse è il tuo disco più bello”. E questa cosa, lo ammetto, mi metteva una gran voglia di farlo uscire.

In questa fase della tua carriera parli spesso di energia e di necessità di non sederti.
Sì, ho più di sessant’anni e sono felice di avere ancora questa energia. L’unico modo per non sedersi è continuare a sfidarsi, dimenticare quello che si è fatto prima e ripartire ogni volta da zero. I primi feedback che stanno arrivando sono molto belli e soprattutto sento di essere riuscito a realizzare esattamente quello che avevo in testa.

Uno degli elementi più interessanti del disco è il lavoro con altri autori, da Kaballà a Francesco Bianconi.
Con Pippo Kaballà ci conosciamo da più di vent’anni. Dicevamo sempre: “Prima o poi dobbiamo fare qualcosa insieme”. Questo disco è stato l’occasione giusta, ma non solo con lui. Ho lavorato con diversi amici e autori che stimo profondamente. Mi piace pensarlo come un “collettivo della parola”.

Come hai gestito il ruolo di guida in questo collettivo?
Ho lavorato un po’ come un direttore d’orchestra. Con delicatezza, perché quando lavori con dei numeri uno devi stare attento. Il patto non scritto era chiaro: l’ultima parola doveva essere la mia, perché ci metto la faccia, la voce, e poi quelle canzoni le canto sul palco. È stato un ping pong creativo continuo, molto stimolante.

“Anni Zero”, scritto con Francesco Bianconi, è uno dei brani più intensi.
Con Francesco c’è una stima che viene da lontano. Ho scoperto che lui e altri Baustelle erano fan dei La Crus già negli anni Novanta. Quando ho letto quello che Francesco ha scritto su di me mi sono commosso. “Anni Zero” è arrivata così, come un regalo, e io ho sentito che era un pezzo che potevo cantare solo io.

Hai spesso affermato che non hai più nulla da dimostrare.
È vero. Non ho più ego trip da nutrire. Se qualcuno mi propone un pezzo più bello di quello che sto scrivendo io, sono serenissimo a mettere da parte il mio. L’unica condizione è poterci lavorare, farlo “cuocere addosso”. Devo sentire che il brano diventa mio, anche quando non l’ho scritto io.

Questo vale anche per le cover.
Assolutamente. C’è una differenza enorme tra una cover e una versione. La cover scimmiotta, la versione è un atto artistico. Quando prendo un brano di un altro lavoro tantissimo su tonalità, interpretazione, dettagli. Il risultato finale deve sembrare un pezzo che ho scritto io, pur rispettando l’idea originaria.

“Per cantare più forte”, con Colapesce, affronta il tema dell’immortalità attraverso l’arte.
È una riflessione che mi accompagna da sempre. L’unico modo che abbiamo per “sconfiggere” la morte è lasciare un segno del nostro passaggio. Gli artisti hanno questa fortuna enorme. Io sento un dovere etico: non sprecarla mai. Cercare sempre il massimo della sincerità, della bellezza, di qualcosa che ti assomigli davvero.

È una visione quasi morale del fare musica.
Lo è. Se non finisco un disco stremato, se non ho dato il 110%, vuol dire che ho sbagliato qualcosa. Solo curando ogni dettaglio – musica, testo, interpretazione – puoi lasciare un’eredità. Ed è l’unico modo, forse, per continuare a vivere oltre il tempo.

Prima di salutarci, parliamo di teatro: il ritorno di Chelsea Hotel con Chiara Buratti.
È stato potentissimo. La morte di Massimo Cotto è stato un colpo devastante. Quando sono andato ad Asti per la camera ardente, la moglie mi ha preso le mani e mi ha fatto promettere di rimettere in scena Chelsea Hotel. Non è stato facile, ma avere accanto Chiara Buratti è stato fondamentale, una spinta unica.

Com’è stato tornare su quel palco?
Durissimo ed emozionante. Teatro sold out da mesi, nella città di Massimo. Durante lo spettacolo ero tesissimo, più che in qualsiasi concerto. Alla fine ho pianto come non mi succedeva da anni. È stata una delle esperienze più forti e sincere della mia vita recente.

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