Intervista a Maria Antonietta e Colombre, che arrivano per la prima volta sul palco del Festival di Sanremo 2026 tra i Big in gara con “La felicità e basta”, una canzone che è insieme manifesto poetico, gesto politico e dichiarazione emotiva.
Un debutto che non viene vissuto come punto d’arrivo, ma come una tappa naturale di un percorso lungo, condiviso e coerente, fatto di dischi, concerti e scrittura. In questa intervista raccontano la genesi del brano, il loro sguardo sulla felicità contemporanea, il senso di comunità che attraversa la canzone e l’equilibrio tra immediatezza pop e profondità cantautorale. Un dialogo intimo e lucido che restituisce tutta la complessità del loro progetto artistico e umano.
Scritto interamente da Maria Antonietta e Colombre, il brano è prodotto dagli stessi artisti insieme a Katoo (Francesco Catitti), in una produzione che unisce delicatezza e impatto emotivo, intimità e apertura popolare, mantenendo viva la radice cantautoriale che li contraddistingue e trasformandola in un linguaggio contemporaneo, diretto e universale.
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Intervista a Maria Antonietta e Colombre, in gara a Sanremo 2026 con “La felicità e basta”
Maria Antonietta, Colombre, essere in gara al Festival di Sanremo 2026 rappresenta un momento importante per voi. Che significato ha questa esperienza all’interno del vostro percorso artistico?
Rappresenta prima di tutto una grande novità e una grande avventura. È una tappa significativa, certo, ma non la viviamo come un punto di arrivo. Da tanti anni, parallelamente, scriviamo canzoni, pubblichiamo dischi e facciamo concerti, costruendo un percorso coerente. Sanremo arriva come una bellissima occasione per condividere questo cammino in un contesto nuovo, con una visibilità diversa, e per metterci ancora una volta in gioco.
“La felicità e basta” ha un titolo che sembra immediato, ma un testo molto stratificato. Come nasce questa canzone?
È nata la scorsa estate. Colombre era stato a un karaoke e una canzone di Lola Young gli ha acceso una serie di intuizioni. Tornato a casa si è appuntato delle idee, e da lì abbiamo iniziato a lavorarci insieme. All’inizio Maria Antonietta ha messo mano soprattutto al testo, poi il lavoro si è chiuso a quattro mani. È stato un processo molto naturale, guidato più da un’urgenza che da una strategia.
Quando avete capito che poteva essere il brano giusto da portare a Sanremo?
Abbiamo deciso di farla ascoltare a Carlo Conti soprattutto per la voglia di fare qualcosa che non avevamo mai fatto prima, come provare ad andare a Sanremo. Ma soprattutto abbiamo capito che era la canzone giusta perché ci rispecchiava profondamente. Ci siamo sentiti liberi e onesti mentre la scrivevamo, e questa per noi è sempre la condizione fondamentale.
Nel testo emerge una riflessione forte sull’idea di felicità contemporanea, spesso legata a modelli irraggiungibili. Che tipo di felicità raccontate?
Raccontiamo una felicità che manca. Ed è proprio perché manca che, a un certo punto, senti il bisogno di “rapinarla”, di riprendertela. Perché ti spetta. Sei vivo, sei un essere umano, al di là degli errori che hai fatto, del fatto che tu non sia il migliore o il più performante. La felicità non è una questione di merito, di gerarchie o di modelli patinati: è un diritto.
C’è quindi una presa di posizione molto netta contro l’idea della felicità come ricompensa.
Esatto. C’è un ribellarsi a un meccanismo che riteniamo malato: quello che lega la felicità alla fatica, al successo, al “te lo sei meritato”. Come se, se non sei felice, fosse solo colpa tua. Non è così. Questa canzone vuole essere liberatoria, vuole spezzare questo ricatto emotivo.
Versi come “siamo tutti dei debuttanti” parlano di imperfezione e indulgenza. È una dichiarazione personale o generazionale?
Le cose partono sempre da noi stessi. Non c’è mai l’arroganza di voler parlare “a una generazione”. Quando scrivi, lo fai prima di tutto per te. Poi, se altri si riconoscono, è una cosa bellissima. Siamo tutti debuttanti in questa vita perché è la prima – e forse l’unica – che abbiamo. Questo dovrebbe renderci più indulgenti con noi stessi e con gli altri, anche se non è facile.
Questa indulgenza è anche un modo per non prendersi troppo sul serio?
Sì, è una necessità. Prendersi troppo sul serio può diventare pericoloso, quasi mitomane. Alleggerirsi non significa essere superficiali, ma essere più umani.
Nel brano c’è anche una dimensione che potremmo definire politica. Vi riconoscete in questa lettura?
Assolutamente sì. C’è un invito all’azione, alla consapevolezza. La felicità non è solo una questione individuale, ma anche collettiva. È il rifiuto di subire passivamente certi meccanismi e il tentativo di fare la differenza nella propria vita, che poi inevitabilmente si riflette anche sugli altri. È un’utopia, certo, ma senza utopie il mondo sarebbe un posto molto peggiore.
Dopo Sanremo uscirà una nuova versione di “Luna di miele”. “La felicità e basta” può essere vista come una sintesi di quello sguardo sull’amore?
Può essere una sintesi, ma anche un ponte. “La felicità e basta” è nata quando Luna di miele era già chiuso, masterizzato. Arriva in un momento di leggerezza post-disco, quando hai appena concluso qualcosa che ti ha richiesto tanto tempo ed energia. In questo senso è anche un superamento: lo sguardo si allarga, diventa più universale. L’amore c’è, ma è obliquo; il centro non è la coppia, è la rapina, il gesto collettivo.
Dal punto di vista musicale il brano tiene insieme identità cantautorale e respiro pop. Come avete lavorato su questo equilibrio?
Ci affascina da sempre mescolare elementi apparentemente lontani: leggerezza e densità, immediatezza e profondità. Ci piace l’agrodolce, il tragico-comico, le cose che hanno più livelli di lettura. Questa era la grande sfida creativa della canzone. Se emerge questa dualità, allora significa che abbiamo centrato l’obiettivo.
Foto di Pippo Moscati

Speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali. In vent’anni ha realizzato oltre 8.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia” e nel 2205 “Ride bene chi ride ultimo”
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