SI! BOOM! VOILÀ!

Intervista ai Sì! Boom! Voilà! che fanno il loro esordio discografico con un progetto che rifiuta ogni sovrastruttura e va dritto al cuore del suono.

L’album omonimo nasce da un’urgenza autentica, senza strategie né compromessi, e restituisce una fotografia sincera di una band che suona per necessità prima ancora che per progetto.

Registrato in tempi rapidissimi e costruito sull’essenzialità di chitarra, basso e batteria, Sì Boom Voilà è un lavoro che mette al centro l’istinto, l’imperfezione e il presente. Un disco che non cerca la perfezione, ma la verità del momento.

L’album sarà disponibile anche in versione fisica: un vinile crystal da 180 grammi in edizione limitata e numerati in bauletto con inserto testi e fotografia della band, in esclusiva per Woodworm, e una versione in vinile nero 180 grammi in edizione limitata e numerati, distribuita su tutti gli store.
A completare la release, il CD ecolpak con doppia tasca a tunnel e inserto con i testi.

In vista del Club Tour 2026 (Qui il calendario e Qui il link per l’acquisto dei biglietti), la band racconta il processo creativo, la scelta di spogliarsi di ogni orpello e il desiderio di sorprendere ancora. Un ritorno alla musica come atto vivo e condiviso.

Intervista ai Sì! Boom! Voilà!

Il vostro nuovo album “Sì Boom Voilà” colpisce per la sua essenzialità: diretto, asciutto, quasi spoglio. Dal punto di vista musicale, che tipo di scelta avete fatto per arrivare a questa sintesi?
In realtà non c’è stata una scelta a monte. Non ci siamo prefissati obiettivi né musicali né concettuali. Ci siamo semplicemente messi in sala prove e abbiamo suonato. Quello che si sente nel disco è esattamente ciò che è venuto fuori da quel momento. L’unica cosa davvero riconoscibile è l’attitudine: una fotografia sincera di noi insieme. Tutto è nato molto velocemente, il disco è stato scritto in pochissimi giorni, circa cinque, con un tempo leggermente più lungo per i testi. Ma anche quello fa parte dell’urgenza e della naturalezza del progetto.

Nel disco si percepisce un equilibrio costante tra un’urgenza punk, una struttura rock e una forte centralità del suono collettivo. Come avete lavorato sugli arrangiamenti per mantenere questa tensione senza perdere compattezza?
Abbiamo fatto una scelta piuttosto radicale: ci siamo dati un’ora di tempo per scrivere un brano. Entro quell’ora doveva nascere un’idea che ci convincesse davvero. Se funzionava, ci concedevamo un’altra mezz’ora per rifinirla e il pezzo doveva considerarsi chiuso. In un secondo momento ci sono stati piccoli interventi sugli arrangiamenti, soprattutto sulle chitarre, ma l’ossatura è rimasta quella. Tutto è rimasto sospeso dentro quel tempo limitato, ed è proprio questo che ha preservato la tensione.

Avete raccontato che il progetto non nasce da una strategia, ma da un’esigenza. Quanto questo approccio istintivo ha influenzato la scrittura e la registrazione?
Il progetto nasce prima di tutto dalla voglia di suonare insieme. Durante la pandemia, in pieno lockdown, ci sentivamo in videochiamata chiedendoci cosa stessimo facendo, come stavamo passando il tempo. Da lì è nata l’idea: visto che non possiamo suonare dal vivo, perché non proviamo a mandarci dei brani che abbiamo nel cassetto e lavorarci insieme? Il primo pezzo è nato così, ed è stato sorprendente vedere come una canzone embrionale potesse trasformarsi completamente grazie al contributo degli altri. Da quel momento tutto è fluito in modo naturale, senza bisogno di regole rigide.

A livello sonoro avete deciso di eliminare completamente le tastiere. Perché questa scelta così netta?
È stata una sorta di esperimento: niente tastiere, nemmeno nelle sovraincisioni. Nelle prime bozze c’erano addirittura archi e violini, ma poi abbiamo deciso di fare tutto solo con chitarra e basso. Sentivamo il bisogno di tornare all’essenzialità, di rimettere al centro il suonare insieme, il contatto diretto con gli strumenti. Anche questo ha contribuito a rendere il disco più istintivo e fisico.

Il disco restituisce una forte sensazione di “qui e ora”, senza indulgere nella nostalgia. È stata una scelta consapevole?
È successo in modo naturale. Probabilmente riflette il nostro modo di stare nella musica oggi. Dopo tanti anni, ci siamo un po’ stancati dell’idea che per essere ascoltati si debba per forza aderire a un genere preciso o a una moda. A un certo punto smetti di voler rientrare in una scatola. Il bello di suonare è anche questo: entrare in una stanza insieme e vedere cosa succede, senza preoccuparsi di come verrà percepito dall’esterno.

Nei brani emerge una grande attenzione alla parola e alla sua scansione ritmica. In che modo testo e musica si sono influenzati a vicenda?
In questo caso è stata la musica a guidare completamente il testo. I brani erano già arrangiati quando sono arrivati i testi, che sono stati costruiti come dei collage sonori. Le parole sono nate cercando di incastrarsi nel modo più efficace possibile dentro la musica, quasi come se una cosa stesse aspettando l’altra. È stato un processo molto fluido, quasi magico, in cui suono e parola hanno dialogato costantemente.

Avete parlato della volontà di riportare nella musica tensioni che oggi spesso vengono edulcorate. Come si traduce questa esigenza a livello sonoro?
Parola e suono si sono parlati continuamente. Le parole sono state scelte perché funzionavano con quell’attitudine musicale, e la musica, a sua volta, accoglieva quelle parole senza addomesticarle. È stato un flirt continuo tra testo e suono, un equilibrio che si è creato in modo spontaneo.

C’è stato un brano più difficile da chiudere rispetto agli altri?
Sì, “Lavori in corso”. Musicalmente era un brano molto importante, legato a un periodo preciso della vita di chi l’aveva scritto. Proprio per questo è stato complesso trovare una voce che non lo portasse automaticamente verso territori più prevedibili. Ci siamo fermati, ci siamo confrontati, quasi come in una piccola seduta di psicoanalisi, e da lì è nato un testo che ha colto esattamente quello che la musica stava già dicendo. È stato il pezzo più delicato, ma anche uno dei più riusciti.

Nel disco non sembra esserci una ricerca della perfezione, ma piuttosto della verità del momento. Quanto spazio avete lasciato all’errore e all’imperfezione?
Tantissimo. L’imperfezione fa parte del linguaggio. Oggi sembra che se una cosa non è perfetta non abbia valore, ma per noi non è così. Non suoniamo per dimostrare precisione tecnica: se volevamo quello, avremmo fatto altri mestieri. L’errore è parte dell’espressione e volevamo che il disco lo restituisse senza filtri.

Il Club Tour 2026 parte in contemporanea con l’uscita del disco. Che tipo di live dobbiamo aspettarci?
Sarà un live libero, aperto, con delle sorprese che non vogliamo anticipare. Ci piace l’idea che le persone vengano a un concerto senza sapere esattamente cosa aspettarsi. Per questo abbiamo deciso di far uscire il disco lo stesso giorno del primo concerto: è una piccola sfida al pubblico, un invito a lasciar perdere preconcetti e aspettative.

Che rapporto vorreste creare con il pubblico durante il tour?
Ci piacerebbe che le persone lasciassero all’ingresso i loro pregiudizi e venissero semplicemente a vedere qualcosa che non conoscono. Una volta era normale farsi sorprendere, oggi sembra che se non trovi esattamente quello che ti aspetti rimani deluso. Forse fare ogni tanto un passo indietro non è una cattiva idea.

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