MANNARINO

Intervista a Mannarino che, a cinque anni dall’ultimo progetto discografico, torna con Primo Amore, un album che non rappresenta soltanto un nuovo capitolo artistico, ma un vero attraversamento esistenziale. Qui il link per l’acquisto di una copia fisica.

Un disco nato dalla necessità di spingersi oltre, di mettere in discussione linguaggi, strutture e identità, fino a raggiungere una forma di nudità emotiva e creativa in cui musica e parole abbiano lo stesso peso. Dentro Primo Amore convivono opposti continui: luce e oscurità, desiderio e perdita, spiritualità e materia, controllo e abbandono. È un lavoro che non cerca risposte definitive, ma prova a stare dentro le domande, trasformando il dubbio in un atto di libertà.

Attraverso una scrittura essenziale e un impianto sonoro organico, costruito insieme a Francesco Fugazza e Mauro Refosco tra Roma, Milano e Brooklyn, Mannarino mescola dub, folk romano, elettronica e ritmica rituale per dare forma a un universo sospeso tra strada e trascendenza.

Le canzoni diventano frammenti di un unico racconto emotivo e spirituale, attraversato dalla ricerca di qualcosa che superi le definizioni imposte dal sistema sociale e culturale. In questa conversazione, l’artista racconta la genesi del disco, il rapporto tra musica e mistero, la perdita dell’ego, la funzione salvifica dell’immaginazione e la necessità di trasformare la musica in un’esperienza viva, capace di lasciare addosso “i brillantini del sogno” anche dopo la fine del concerto.

Intervista a Mannarino, il nuovo album “Primo amore”

“Primo Amore” arriva dopo cinque anni di silenzio discografico. Che significato ha questo album nel tuo percorso artistico?

Primo Amore rappresenta un punto molto importante del mio percorso perché è un disco in cui mi sono messo davvero alla prova. Sentivo che il lavoro successivo dovesse necessariamente insegnarmi qualcosa, costringermi ad andare più a fondo, sia nella scrittura che nella ricerca sonora. Volevo arrivare a un gradino ulteriore della mia storia artistica e umana.

Credo che questo disco unisca due anime che hanno sempre abitato il mio percorso: da una parte c’è l’energia più istintiva e popolare dei primi lavori, dall’altra la ricerca più spirituale e sonora che avevo iniziato soprattutto con gli ultimi album. In questo senso è un disco circolare: mette insieme mondi apparentemente lontani e prova a farli convivere. Anche la tracklist segue questo movimento, come se il disco fosse un viaggio che parte da un punto, attraversa una trasformazione e poi ritorna, ma con una consapevolezza diversa.

Oggi spesso gli album vengono consumati brano per brano sulle piattaforme digitali. Tu invece hai costruito un’opera molto compatta e narrativa. Quando hai capito di avere bisogno di questo tempo e di questa forma?

L’ho capito subito. Sapevo che non potevo tornare semplicemente con delle canzoni nuove. Dovevo tornare con qualcosa che avesse un’urgenza vera. Per questo ci sono voluti cinque anni: avevo bisogno di vivere, di capire ciò che stavo attraversando e poi tradurre tutto questo in musica e parole.

In Primo Amore il suono ha lo stesso peso del testo. Non accompagna soltanto le parole: comunica da solo, a un livello più inconscio e irrazionale. Ho cercato di trasformare in suono quello che stavo scoprendo dentro di me. E dentro questo disco c’è molta tensione: c’è disillusione, c’è il senso dell’eterno presente che si consuma nello stesso momento in cui accade. È una sensazione difficile da spiegare a parole, e proprio per questo avevo bisogno che fosse la musica a raccontarla.

Da questo punto di vista il lavoro sul suono è molto particolare. Come avete costruito questa identità sonora?

È stato fondamentale il lavoro con Francesco Fugazza. Prima ancora di registrare, abbiamo passato molto tempo semplicemente a parlare. Dovevamo capire come tradurre un pensiero in musica, come rendere sonoro qualcosa che nasceva da una visione interiore.

Poi è stato importantissimo l’apporto di tutti i musicisti coinvolti, e in particolare quello di Mauro Refosco, che ha lavorato tantissimo sulla dimensione ritmica del disco. Io cercavo una struttura scarna, minimale, ma allo stesso tempo rituale. Volevo che il ritmo fosse il motore di questa continua ascesa e discesa che attraversa tutto l’album.

Nel disco convivono dub, folk romano, elettronica, percussioni organiche, sintetizzatori, chitarre di strada. Però non volevo che fosse una semplice somma di influenze. La sfida era creare qualcosa di nuovo, un linguaggio unico in cui tutti questi elementi convivessero naturalmente.

Le sonorità più dub e le percussioni rappresentano per me una forma di resistenza umana, qualcosa di terreno e fisico. L’elettronica invece è il mistero, l’ignoto, ciò che non riesci a controllare. E poi c’è il chitarino della strada, che è la memoria popolare, il luogo da cui nascono le storie. Tutto questo insieme ha creato il suono di Primo Amore.

Nel disco ritorna continuamente una tensione tra opposti: bene e male, luce e oscurità, essere e non essere. Come nasce questa dimensione?

Perché è la vita stessa a essere così. Il disco comincia dicendo: “questa è una canzone che dondola e non lo sa perché lo fa”. È la condizione umana. Noi siamo dentro una continua oscillazione tra opposti e non esiste una risposta definitiva che possa risolverla.

In Primo Amore convivono continuamente contrazione ed espansione, nascita e morte, presenza e sparizione. Quando il disco si chiude sul battito del cuore — “una volta nasce e una volta more” — è come se tutto tornasse lì: al fatto che siamo esseri vivi immersi in una contraddizione permanente.

Io non volevo spiegare questa contraddizione. Volevo abitarla. Stare nel mezzo. Continuare a essere vivo dentro quella follia.

Nei testi sembra esserci una scelta precisa: non dare risposte, ma attraversare le domande. È stato difficile arrivare a questa libertà?

In realtà credo che quella sia la vera libertà. L’attraversamento delle domande è molto più importante della ricerca ossessiva di risposte definitive.

Noi nasciamo dentro sistemi culturali, religiosi e sociali che ci dicono subito chi siamo: da dove veniamo, cosa dobbiamo credere, quale valore abbiamo, cosa dobbiamo desiderare. Ti dicono persino che il tuo lavoro e il denaro definiscono la tua identità.

La mia ricerca è stata proprio quella di spogliarmi di tutto questo. Perdere l’ego. Diventare suono. Cercare il mistero, la magia, sentirmi parte di qualcosa di più grande. È un percorso che parte da una domanda molto semplice ma enorme: “Io chi sono veramente?”. Sono i miei pensieri? Sono ciò che la società ha costruito? Oppure esiste qualcosa di più profondo che ancora non conosco?

Questa tensione emerge molto chiaramente in un brano come “Dammi”, che hai definito una sorta di preghiera laica.

Sì, Dammi è esattamente questo. Parte da immagini molto concrete — l’ospedale, i documenti, il lavoro, il controllo sociale — e attraversa tutto ciò che prova a definirci e a rinchiuderci.

Poi però dentro quel recinto irrompe il desiderio. Il bacio. L’amore. Il sesso. L’orgasmo. Tutte esperienze che spezzano il controllo razionale e ti fanno entrare in contatto con qualcosa che supera la coscienza ordinaria.

Quando canto “dammi la corrente, dammi un fiume che ritorna alla sorgente” sto parlando contemporaneamente dell’amore e della morte. Del rapporto umano e del ritorno a qualcosa di più grande da cui proveniamo tutti. È come se il desiderio ci ricordasse che esiste una dimensione più vasta rispetto alle strutture in cui viviamo.

Anche “Bambino” sembra custodire una dimensione salvifica molto forte.

Assolutamente. Il bambino è la parte più pura e originaria che resta dentro di noi. È ciò che continua a guardare il mondo con stupore anche quando tutto il resto si irrigidisce.

Nel disco il bambino cammina “sul filo del destino fra le stelle”, senza sapere davvero dove sta andando. Però continua ad andare avanti perché dentro di lui esiste ancora una fede: nell’amore, nell’altro, nella possibilità stessa dell’esistenza.

Per me quella è una forma di resistenza potentissima. Quando capisci che bene e male, luce e buio, essere e non essere fanno parte dello stesso movimento, allora tutto dipende dalla scelta. Ed è lì che capisci quanto il pensiero possa trasformare il mondo.

Nel disco convivono critica sociale e ricerca spirituale. Quale delle due dimensioni senti più centrale?

La ricerca interiore viene prima di tutto. La critica sociale nasce come conseguenza di quella ricerca.

Io ho iniziato a mettere in discussione me stesso, i miei modelli, le mie strutture mentali. E da lì inevitabilmente ho iniziato a interrogarmi anche sul sistema che ci circonda. Durante la lavorazione del disco ci sono stati momenti in cui mi sono spinto molto lontano interiormente. Mi sentivo quasi un pioniere che attraversava territori sconosciuti di sé.

Hai parlato spesso di immaginazione e fantasia come strumenti concreti di resistenza. Cosa intendi?

Che la fantasia non è evasione. Non è fuga dalla realtà. È il contrario: è una forza che ti permette di resistere meglio dentro la realtà.

Quando ti concedi uno spazio contemplativo, visionario, meditativo, non stai scappando dal mondo. Stai andando a cercare energia altrove per poi tornare qui più forte. È una “pesca miracolosa”, come la chiamo io. Vai nell’altrove per recuperare qualcosa che ti aiuti a vivere meglio il presente.

La creatività, l’immaginazione, il sogno: sono strumenti vitali. E oggi forse più che mai.

Quanto sarà importante trasformare tutto questo in esperienza live?

Moltissimo. Dal vivo voglio trasformare queste canzoni in un vero e proprio rituale. Sto già riarrangiando anche i brani più vecchi dentro questa nuova dimensione sonora, che mescola percussioni organiche ed elettronica.

Il mio sogno è fare in modo che l’aria che esce dalle casse diventi materia viva. Vorrei che le persone, per un momento, dimenticassero il mondo e volassero insieme a me.

E poi, quando tornano a casa il giorno dopo, vorrei che gli restassero addosso “i brillantini del sogno”. Qualcosa di invisibile ma reale. Una piccola forza in più per affrontare la quotidianità.

Perché questo disco, mentre lo facevo, quella forza l’ha data anche a me.

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