Intervista a Davide Van De Sfroos, attualmente impegnato in una serie di tappe instore per la promozione del nuovo album Manoglia.
Sono passati alcuni giorni dalla pubblicazione del progetto; un disco differente, intimo, a tratti privato, ma che sta riscontrando l’affetto del pubblico.
Intervista a Davide Van De Sfroos
Davide è un piacere ritrovarti per parlare di Manoglia, un disco che torna davvero all’essenza, ma come mai hai scelto proprio di proporre un progetto minimale, soprattutto dal punto di vista sonoro, quasi acustico?
La domanda è ‘Sei tu davvero che scegli che disco fare o a volte c’è qualcosa nell’aria che ti si deposita addosso nel corso degli anni e che poi ti porta, ti spinge?’ Come dire ‘sei tu davvero che costruisci il fungo o ci sono state delle spore che sono volate via tempo prima e hanno fatto in modo che poi questo fungo arrivasse?’
Noi non eravamo assolutamente in un momento o in una condizione di obbligo nel dover fare un nuovo LP e francamente potevamo tranquillamente aspettare l’inizio dell’estate e poi cominciare il nostro tour. Però giustamente qualcuno mi dice ‘già che abbiamo la primavera che è abbastanza libera, cosa ne dici di…? Non è arrivato forse il tempo di tutte quelle tue canzoni acustiche che hai in giro?’ E’ vero, ci sono in giro tante canzoni o comunque suggestioni che avevo trasformato in canzoni e che cominciavano a prendere un po’ corpo. Mi sono messo al lavoro con i musicisti e questo è il risultato. E’ stato un lavoro corale, corale nel modo assoluto. Poteva essere il disco che non c’è, perché ripeto le canzoni di Manoglia non erano neanche nate come canzoni, ma semmai come ombre, spin off, momenti, cose molto intime, personali. Però non esiste una canzone che può essere solo tua.
Tu parli anche di psichedelia acustica, un ossimoro, ma se ci pensi che è anche il filo conduttore che guida un po’ tutta la tua produzione musicale.
Psichedelia acustica nel senso che il disco ruota attorno ad una libertà assoluta. Ci sono pianoforti, chitarre, strumenti anche insoliti. Sarebbe stato sbagliato inscatolare queste canzoni, che sono fatte di foglie, di farfalle. Ecco questo è un disco pieno di farfalle e di piume, che se le tocchi male le rovini. Sono canzoni che si devono leggere proprio perché devono essere lievi, io parlo di sussurri piuttosto che di grida in questo disco, perché l’esigenza in quel momento era proprio quella.
E’ bello proprio ascoltare il suono del pianoforte. Io ricordo la prima volta che l’hai utilizzato come strumento principale fu nel 2008 con ‘40 pass’ e poi tre anni dopo ne ‘La figlia del tenente’. Lo hai sempre centellinato…
E’ vero, il pianoforte c’è stato poche volte, ma quando c’era… era bellissimo che ci fosse. Io non lo suono e questo è uno dei motivi per cui non appare spesso. E’ vero che ci sono delle canzoni che stanno benissimo con il suono del pianoforte.
Possiamo definire Manoglia come un concept?
No, Manoglia non è un concept, anche se tutte le tracce mantengono una linea. Mai un disco era stato così omogeneo con se stesso. La scelta dell’autunnalità, della natura, delle sfumature, delle luci e dei colori. Credo che la copertina del disco e l’interno di copertina diano esattamente la tinta dei suoni che sento in questo disco.
A me piace questa idea di continuità testuale. In questo disco trovo tantissimi riferimenti ai tuoi progetti passati. Le foglie, il merlo, la natura…
Le foglie sono ovunque. Se c’è una persona fogliosa… quella sono io! Vorrei far notare anche la continuità con un disco come Akuaduulza, il mio primo disco non registrato in studio. La tinta dei brani di quel disco ha molto a che fare con la tinta di Manoglia e per capirlo basta guardare le copertine.
Se poi penso alla continuità posso anche dire che molte delle mie canzoni sono nate sotto una magnolia, quindi…
Cadono le foglie, diventano ricordi e noi ne siamo custodi.
Anche ‘La ballata del mascheraio’ permette di approfondire un tema che già avevi affrontato.
In questo caso la maschera si stacca dal Carnevale e io, che conosco molti mascherai e che so come lavorano, la prendo in prestito per arrivare a dire che la maschera in questo caso diventa una metafora potente di quelli che sono i nostri modi di porci, il nostro modo di essere, di sentire la vita. Uno che è aggressivo o arrabbiato lo è perché molte volte dietro questo si nasconde qualcos’altro. Uno che sorride troppo potrebbe essere insicuro e anche molto triste, uno con la faccia troppo arrabbiata potrebbe essere invece lui spaventato e fa finta di essere cattivo perché così si protegge da qualcosa.
Chi è veramente l’uomo, chi è veramente la donna, chi è veramente la bestia? Sono tutte cose che prima di giudicare devi considerare. Prima di intagliare una maschera, guarda veramente chi c’è sotto o che cosa significa vivere una certa situazione.
Sono veramente curioso di ascoltare un tuo prossimo concerto. Conosciamo la tua emotività, questi sono pezzi davvero molto personali, molto intimi…
Gli instore sono una sorta di prova generale per quello che sarà il Manoglia Tour, che inizierà con il concerto evento del 29 febbraio al Teatro Arcimboldi di Milano. Sono felice di riportare sul palco certi brani in una veste diversa, intima, acustica. In primavera nei teatri avrò la possibilità di cantare anche i pezzi più mormorati. Nel silenzio del teatro troverò la dimensione per celebrare questo disco.

Giornalista, speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali e sportive. Ha realizzato oltre 10.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia”, nel 2025 “Ride bene chi ride ultimo” e nel 2026 “Finchè vita sarà”.
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