Ermal Meta

Intervista a Ermal Meta che, dopo 5 anni di assenza, torna a Sanremo 2026 con “Stella stellina”, una delle canzoni più intense e simboliche in gara al Festival. Un brano essenziale nella forma ma potentissimo nel contenuto, che racconta la storia di una bambina senza nome e diventa metafora universale dell’innocenza colpita dalla violenza.

In questa intervista il cantautore parla della scelta del pezzo per l’Ariston, del peso emotivo della scrittura e del lavoro di produzione firmato da Dardust, capace di amplificare l’anima “popolare” del brano attraverso sonorità inedite per il pop italiano.

Tra riflessioni sul cambiamento della musica, sperimentazione sonora e attesa per la serata delle cover, Ermal Meta si conferma un artista che usa Sanremo come spazio di racconto, non di competizione, fedele a una visione musicale che guarda al Mediterraneo, al presente e all’umanità.

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Intervista a Ermal Meta, in gara a Sanremo 2026 con “Stella Stellina”

Ermal, bentornato a Sanremo. Ogni volta che sali sul palco dell’Ariston porti qualcosa di speciale. Come si sceglie la canzone giusta per Sanremo?
Non lo so davvero, non esiste una formula. Credo sia importante portare una canzone che tu sia in grado di difendere e che, allo stesso tempo, riesca a difendere anche te. Deve essere un brano che senti davvero tuo.

Con “Stella stellina” racconti una bambina senza nome, trasformandola in un simbolo universale. Quanto è stato difficile trovare un equilibrio tra poesia e responsabilità narrativa?
È stato più facile del previsto sul piano della scrittura, molto più difficile dal punto di vista emotivo. Durante la composizione non potevo fare a meno di immedesimarmi nel protagonista che racconta la storia, di mettermi nella sua pelle. Reggere quella parte emotiva è stata la vera sfida.

Dal punto di vista musicale il brano è molto essenziale, quasi ipnotico.
Sì, è una canzone estremamente semplice nella struttura, ma proprio per questo funziona. Ha un andamento circolare, resta come un mantra. Il ritornello si rifà un po’ al canto popolare, potrebbe andare avanti all’infinito.

La produzione di Dardust ha un ruolo centrale nel brano.
Il lavoro di Dardust è stato fondamentale. Ha reso il pezzo ancora più “popolare” nel senso più alto del termine, utilizzando strumenti non consueti per il pop. È un produttore di livello internazionale e il suo apporto è stato centratissimo, stilisticamente bellissimo.

La sperimentazione sonora è una costante del tuo percorso recente.
Per me è fondamentale giocare con la musica. Gli strumenti ci sono ed è giusto usarli in tutte le loro forme. Non amo fare dischi di genere: mi piace ascoltarli, ma non sono mai stato bravo a realizzarli. Preferisco muovermi tra mondi diversi, dall’orchestra sinfonica alle chitarre distorte, dai synth alle drum machine.

Sono passati quasi vent’anni dal tuo primo Sanremo. Cosa ti sorprende di più del cambiamento della musica italiana?
In realtà nulla mi sorprende. È normale che cambiando i tempi cambi anche la musica, che diventa lo specchio della realtà che viviamo. È cambiato il linguaggio, forse per certi versi si è impoverito, ma succedeva anche vent’anni fa. Oggi ce ne accorgiamo di più perché ci sono i social.

La serata delle cover è sempre un momento speciale per te. Che emozioni ti aspettano quest’anno?
È una serata che mi diverte moltissimo. Quest’anno porterò un brano in inglese, molto famoso ma moderno, di pochi anni fa. È una canzone impegnativa dal punto di vista vocale e sono curioso di vedere la reazione del pubblico.

La pubblicazione del brano “Mediterraneo” ha cambiato il tuo approccio verso certi tipi di sonorità?
È vero. Da quando ho scritto “Mediterraneo” ho iniziato a guardare in una direzione che prima non avevo esplorato davvero: quella dei suoni etnici, della world music. È una dimensione che mi affascina tantissimo.

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