Intervista a Franco Fasano, uno degli autori più significati della musica italiana. La sua carriera è indissolubilmente legata al Festival di Sanremo, dove ha firmato classici intramontabili come Io amo, Mi manchi e Ti lascerò.
La sua versatilità artistica lo ha visto collaborare con giganti della canzone, tra cui Mina e Andrea Bocelli, dimostrando una rara sensibilità melodica e armonica. Oltre alla scrittura, Fasano si è distinto come interprete, partecipando a diverse edizioni del Festival e conquistando il podio nel 1989 tra i Giovani.
Recentemente, ha curato la direzione musicale di progetti prestigiosi, come il musical dedicato all’iconico personaggio di Topo Gigio.
Nel 2021 ha pubblicato l’autobiografia “Io amo“, un racconto intimo che ripercorre i retroscena di decenni di successi e incontri straordinari. Qui il link per l’acquisto di una copia fisica.
Oggi continua a essere un punto di riferimento per la discografia nazionale, celebrato per il suo contributo fondamentale alla melodia italiana.
Intervista a Franco Fasano
Franco, è un piacere ritrovarti a Sanremo, tra l’altro a pochi passi da Alassio, casa tua. Che rapporto hai con questa città e con il Festival?
È un rapporto che parte da lontanissimo. Qui venivo da bambino, quando mio padre mi portava al Salone delle Feste. Sono cresciuto respirando quest’aria. Da figlio di fotografo mi sono poi costruito un percorso mio: prima cantante, poi autore. Sanremo non è solo un palco, è un pezzo della mia vita, un luogo che ha accompagnato la mia formazione personale e artistica.
Il Festival di Sanremo è cambiato moltissimo negli anni. Qual è l’aspetto che ti colpisce di più di questa evoluzione?
Il cambiamento è fisiologico, inevitabile. L’importante è non perdere le radici. Se dopo tanti anni il Festival continua a catalizzare l’attenzione di milioni di persone, significa che non è solo una gara canora. È un fatto di costume, un evento che per una settimana dà voce alla musica, ma anche al contesto culturale, mediatico e perfino al gossip che ruota attorno allo spettacolo. La forza vera, però, resta una: la memoria delle canzoni. Non è fondamentale vincere, ma riuscire in quei pochi minuti a entrare nel cuore della gente con un testo e una melodia.
Oggi sul palco dell’Ariston vengono sempre citati gli autori. Secondo te c’è maggiore attenzione verso chi scrive le canzoni?
Da un punto di vista istituzionale sì, i nomi vengono annunciati. Ma rispetto al passato è cambiato il modo di scrivere. Una volta le canzoni erano firmate da grandi nomi ben riconoscibili: penso a Mogol e Lucio Battisti, oppure a Franco Califano, Sergio Endrigo, Giancarlo Bigazzi, ma anche io e Fabrizio Berlincioni. Oggi sotto i brani trovi quasi “squadre di basket”: team di autori, produttori, arrangiatori. È il segno di un’industria musicale più complessa, dove contano non solo melodia e testo, ma anche suono, produzione, ricerca stilistica. Persino l’intelligenza artificiale oggi entra come stimolo creativo. L’importante è che resti uno strumento e non sostituisca l’anima.
Quest’anno il Festival celebrerà tre grandi protagonisti del passato, tra cui Fausto Leali, con il Premio alla Carriera. Il suo ritorno alla fine degli anni ’80 porta anche la tua firma…
È stata una grande soddisfazione. Ma non solo mia: va ricordato anche Toto Cutugno, che ebbe un ruolo importante nel riproporlo all’organizzazione di Gianni Ravera. Io ho scritto per Fausto brani come Io amo (con Italo Ianne) e Mi manchi, oltre a Ti lascerò. All’inizio quei brani non erano nemmeno destinati a lui. Vederli diventare parte della sua storia artistica è motivo di orgoglio. Quando lo celebrano sul palco, è un po’ come se ci tornassi anch’io.
Nella tua carriera hai saputo parlare a generazioni diverse. Il tuo lavoro allo Zecchino d’Oro ne è un esempio straordinario. Quanto è difficile scrivere per bambini?
È la vera prova del nove. Non bisogna scrivere “come se” si parlasse ai bambini. Loro crescono in fretta, percepiscono tutto. Serve semplicità, ma non banalità. Se riesci a entrare nella loro misura d’ascolto senza abbassare la qualità, hai fatto centro. E poi è bellissimo vedere come quelle canzoni restino nel tempo, accompagnando la crescita.
A proposito di infanzia, lo scorso anno all’Ariston è tornato Topo Gigio. E ora sei coinvolto in un musical dedicato a lui…
Sì, è un progetto a cui tengo moltissimo. L’idea è nata per celebrare i cent’anni di Maria Perego. Alessandro Rossi, legato alla sua eredità artistica, mi ha coinvolto sapendo del mio affetto per Maria. Ho scritto le musiche di questo musical, una sfida nuova per me. La storia è stata trasformata in una favola teatrale grazie a Maurizio Colombi. Debutteremo al Teatro Lirico di Milano, poi al Brancaccio di Roma. Non è uno spettacolo solo per bambini: vedrete genitori e nonni commuoversi, mentre i più piccoli scopriranno qualcosa di profondo.
Il tuo ultimo progetto discografico raccoglie brani che hai scritto e che sono diventati successi anche per altri. Che rapporto hai oggi con la discografia?
Oggi il mercato è cambiato. La velocità con cui si consumano le canzoni è impressionante. Io continuo a credere che una bella canzone sia immortale, ma il linguaggio è mutato. Se porti oggi un brano come Mi manchi, rischia di essere percepito come “vecchio” non perché lo sia davvero, ma perché sono cambiate le sonorità e i codici. Io però resto convinto che le canzoni vere trovino sempre il loro spazio nella memoria.
Cosa auguri al Festival di oggi e di domani?
Che le canzoni di oggi possano avere la stessa fortuna di quelle del passato: restare. Che tra vent’anni qualcuno le canti ancora con emozione. Perché il Festival vive davvero solo quando le sue canzoni diventano parte della nostra storia personale.

Speaker radiofonico, musicista e collaboratore di diverse testate nazionali e internazionali. Segue come inviato il Festival di Sanremo dal 1999 e l’Eurovision Song Contest dal 2014 oltre a numerose altre manifestazioni musicali. In vent’anni ha realizzato oltre 8.000 interviste con personaggi del mondo della musica, dello sport e dello spettacolo. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “La Festa di Don Martello”, nel 2022 “Galeotto fu il chinotto” e “Al primo colpo non cade la quercia” e nel 2205 “Ride bene chi ride ultimo”
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