Laura Pausini

Laura Pausini e i Maneskin, due facce della stessa medaglia italiana, artisti che sono riusciti a raggiungere un richiamo internazionale senza precedenti, portando avanti la nostra bandiera tricolore nel mondo, seppur con generi diversi e in momenti storici differenti.

In occasione della conferenza stampa di presentazione dell’album “Anime Parallele”, la cantante romagnola ha mostrato parole di apprezzamento nei confronti del gruppo romano, seppur con qualche riserva: «Amo molto la musica dei Maneskin e sono orgogliosa di loro, ma cantano in inglese, non in italiano. Io ed Eros Ramazzotti siamo fortunati perché possiamo permetterci di fare concerti e avere successo all’estero con un pubblico che canta nella nostra lingua»: ha rivendicato l’ugola di Solarolo.

Una percezione della musica made in Italy che è cambiata nel corso degli ultimi decenni: «Dal 2010 in poi – prosegue la cantante – accade sempre meno di frequente che artisti di casa nostra esportino la loro musica. Ad esempio, se vuoi entrare in una radio francese, devi cantare in francese, altrimenti le emittenti più importanti non ti passano nemmeno».

Un parere autorevole quello di Laura, oltre che una visione concreta da parte di chi ha conosciuto le diverse attitudini discografiche dei vari paesi. I ricordi della Pausini vanno poi a un preciso e delicato momento della sua carriera: «Dopo che per circa sei anni il colosso americano Atlantic Records mi aveva pressato per realizzare un disco in lingua inglese, mi sono ritrovata ad essere quella che non ero. Nel 2002 pubblicai “From the inside”, che fu spinto da singoli remixati, tra cui “Surrender” che finì in vetta alla dance chart, davanti ad artisti del calibro di Madonna, Justin Timberlake e Cher. Ricordo che partecipai a un sacco di trasmissioni americane importanti, le stesse che oggi fanno i Maneskin, solo che all’epoca non c’erano i social che riprendevano in tempo reale quei passaggi. Ecco, ricordo che una volta ero ospite da Jay Leno e lui fu molto carino nel permettermi di cantare “Surrender” nella versione originale del disco e non in quella remix. Naturalmente l’etichetta si infuriò. Per quanto io stimi artisticamente Britney Spears, volevano trasformarmi nel suo clone italiano. Il pubblico non mi riconosceva, io stessa non mi riconoscevo, per questo decisi di fare le valige e di tornarmene a casa».

Insomma, non si può dire certo che Laura Pausini non abbia le idee chiare, anche quando spiega i motivi che l’hanno portata a realizzare un disco di sedici tracce completamente senza featuring. Una scelta se vogliamo anacronistica rispetto a ciò che funziona oggi: «Dopo cinque anni dal mio precedente lavoro in studio, avevo bisogno di mettermi alla prova senza scendere a compromessi – conclude la cantante – anche se negli ultimi anni mi sono arrivate parecchie richieste, alla fine le ho rifiutate tutte. Molte di queste erano scelte di marketing, in altri casi non conoscevo bene gli artisti in questione e sono andata ad ascoltarmi alcune cose che avevano realizzato in precedenza. Ho scoperto canzoni con testi violenti e machisti, cose che non condivido affatto. Di conseguenza, per coerenza, non mi sono sentita di aprirmi a questo genere di collaborazioni che, alla lunga, sarebbero risultate finte».

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