Lucio Battisti

La lunga e complessa disputa legale tra Sony Music e gli eredi di Lucio Battisti si è definitivamente conclusa con la sentenza della Corte di Cassazione, che ha respinto il ricorso presentato dalla casa discografica. La major chiedeva un risarcimento danni di circa 8 milioni di euro, ma anche l’ultimo grado di giudizio ha dato ragione a Grazia Letizia Veronese (vedova di Battisti) e al figlio Luca, difesi dallo studio legale Veneziano.

La vicenda ha origine nel 2017, quando Sony Music ha accusato gli eredi del cantautore di ostacolare lo sfruttamento commerciale delle sue opere, in particolare vietandone la diffusione sulle piattaforme digitali e l’uso in campagne pubblicitarie. La revoca del mandato alla SIAE da parte della famiglia Battisti avrebbe, secondo Sony, impedito la monetizzazione delle canzoni su servizi come Spotify o in spot per brand come Fiat e Barilla, con una perdita economica stimata in milioni di euro.

Ma la Corte ha rigettato la pretesa della major, affermando che non vi è prova di trattative in corso né di richieste formali inviate agli aventi diritto. In altre parole, secondo i giudici non è stato dimostrato che Sony avesse tentato davvero di ottenere l’autorizzazione necessaria dopo la revoca del mandato alla SIAE.

La Cassazione ha ribadito quanto già affermato in primo e secondo grado: i contratti discografici firmati da Lucio Battisti tra il 1966 e il 1994 non legittimano l’uso delle sue registrazioni su canali digitali o in contesti pubblicitari senza il consenso degli eredi.

Come ha spiegato l’avvocato Simone Veneziano, legale della famiglia Battisti, “la decisione mette definitivamente la parola fine alla pretesa di Sony Music di sentir condannare gli eredi a un risarcimento del danno milionario”. La Corte ha anche chiarito che non vi è alcuna responsabilità personale di Veronese e del figlio nelle attività delle società Edizioni Musicali Acqua Azzurra e Aquilone, anch’esse coinvolte nel contenzioso.

La sentenza rappresenta un punto fermo cruciale nella definizione dei diritti economici legati al patrimonio musicale italiano. In caso di accoglimento della tesi di Sony, si sarebbe, secondo Veneziano, “affermato un principio eversivo, secondo cui a governare lo sfruttamento economico delle opere musicali sarebbero stati i produttori, non gli autori”.

La Corte ha così riaffermato che l’autore e i suoi eredi mantengono il pieno controllo sulle opere, anche se i brani furono registrati decenni fa. Un principio che potrebbe incidere su numerose altre situazioni simili nel panorama musicale internazionale.

Oltre alla bocciatura del ricorso, la Corte ha condannato Sony Music al pagamento di 25.000 euro di spese legali, chiudendo così una vicenda durata quasi otto anni, seguita con attenzione dal mondo discografico e legale.

Il verdetto rafforza la posizione di chi, come gli eredi Battisti, ha scelto di limitare lo sfruttamento commerciale delle opere per preservarne integrità e controllo artistico, anche a costo di rinunciare a introiti milionari.

La battaglia legale è finita, e con essa si chiude uno dei più discussi casi di diritti d’autore post-mortem in Italia. A prevalere è stata la linea del rispetto per l’eredità artistica e per la volontà dei legittimi titolari dei diritti.

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