Dietro l’apparente successo di molti artisti italiani si cela una realtà ben più complessa e spesso drammatica; Selvaggia Lucarelli, in un approfondito articolo pubblicato sul suo Substack, ha raccontato come la musica dal vivo, lo streaming e i nuovi assetti post-pandemia abbiano trasformato radicalmente l’industria musicale italiana. E non necessariamente in meglio.
Il primo grande cambiamento è arrivato con lo streaming musicale. I ricavi derivanti da piattaforme come Spotify e Apple Music hanno ridimensionato le economie tradizionali delle etichette discografiche. Oggi, anche 100 milioni di ascolti online generano appena 350.000 euro lordi, di cui 80-90 mila vanno all’artista. Tradotto: anche un brano “di successo” non basta più per vivere di musica.
Il vero guadagno per gli artisti ora arriva dai concerti. Ma qui si apre un’altra criticità. Le agenzie di live (come Vivo Concerti, Magellano, Friends & Partners) anticipano cifre importanti agli artisti – spesso centinaia di migliaia di euro – chiedendo in cambio la firma di contratti vincolanti: l’artista riceve l’anticipo, ma deve poi recuperare i costi con gli incassi dei live.
Se non riesce a riempire gli stadi, non solo non guadagna nulla, ma può addirittura finire in debito. Il meccanismo è feroce: più un concerto va male, più l’artista deve esibirsi per ripagare il buco, passando da stadi a palazzetti, da club a convention aziendali. L’esempio di Elodie è emblematico: dopo un concerto al Forum di Milano in perdita, avrebbe cantato a eventi aziendali per recuperare i costi.
Quando i biglietti non si vendono, si fa di tutto per evitare il “flop mediatico”: prezzi stracciati, distribuiti a CRAL, ferrovieri, associazioni e pensionati delle Poste. L’obiettivo è riempire lo stadio – anche solo visivamente – per salvare l’immagine dell’artista. E molti fan, ignari, celebrano un sold out che in realtà è stato “comprato” con sconti fino all’80%.
Dietro l’entusiasmo degli stadi si nasconde spesso un artista stremato, psicologicamente sotto pressione, vincolato da contratti asimmetrici e gestioni aggressive, spesso firmati da giovani poco consapevoli del peso economico delle scelte fatte. Non mancano i burnout, le crisi d’identità e la fatica mentale.
Durante il Covid, le agenzie di concerti si sono ritrovate con milioni incassati in prevendite che non hanno dovuto rimborsare (solo il 20% degli spettatori lo ha richiesto). Con quei soldi, molte hanno messo sotto contratto quanti più artisti possibile, rafforzando la propria posizione. Oggi, non si limitano più ai concerti, ma collaborano con brand, TV, eventi aziendali e prendono in agenzia anche personaggi al di fuori della musica.
Nel panorama musicale attuale, l’apparenza conta più della sostanza. I numeri degli streaming vengono confusi con vere vendite. Il “disco di platino” è spesso solo una certificazione virtuale, che non si traduce in biglietti venduti o pubblico reale. La rincorsa continua al sold out, alla viralità e al profitto immediato stanca, prosciuga e logora gli artisti, lasciandoli in balia di contratti vincolanti e aspettative irrealistiche.
L’industria musicale, oggi, è tornata a essere – secondo Lucarelli – un’economia di guerra, che punta alla sopravvivenza giorno per giorno, biglietto dopo biglietto. Anche a costo di barattare la dignità artistica con la quantità. In mezzo, artisti che spesso non riescono nemmeno più a dire di no.
È il momento di chiedersi: è questo il futuro della musica?

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